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A24, DeepMind e il futuro dell’indie: tra artigianato e algoritmo

L’accordo tra A24 e Google AI divide la critica. Reazioni, difesa di Sophia Shin e peso storico di un patto che ridefinisce il cinema indipendente.

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A24, DeepMind e il futuro dell’indie: tra artigianato e algoritmo

Dopo aver tracciato la mappa finanziaria e contrattuale del patto, oggi spostiamo lo sguardo oltre i numeri. Non si tratta più di clausole o di round di investimento, ma di identità. A24, lo studio che ci ha regalato momenti di pura eccitazione nervosa tra le sale (ricordo ancora il silenzio dopo l’ultimo atto di un certo film horror del 2018, e la rabbia poetica di Marty Supreme), si è seduta al tavolo con Google DeepMind. La portavoce Sophia Shin ha risposto a Wired difendendo la mossa come una necessità pratica. “Vogliamo decidere noi quali tool possano servire agli artisti”, recita il comunicato. Una frase che, letta tra le righe, suona quasi come un ultimatum rivolto all’etica della produzione.

La difesa di Silicon Valley e la parola ai creatori

L’argomentazione ufficiale si regge su un presupposto tecnico: integrare DeepMind nel flusso creativo non per sostituire il regista, ma per liberarlo dai vincoli tecnici. L’obiettivo dichiarato è far sì che gli strumenti del futuro siano plasmati da chi li usa davvero. Su carta funziona. Nella pratica, però, nasconde un paradosso di proporzioni storiche. Quando uno studio fonda la sua reputazione sull’opposizione ai meccanismi di produzione centralizzati, firmare un patto di ricerca con il colosso della ricerca algoritmica non è solo una scelta commerciale. È un cambio di marcia epistemologico. Non stiamo parlando di un generatore di script che scrive bozze a caso. Parliamo di modelli predittivi applicati alla narrazione visiva, al montaggio e al sound design. Se la tecnologia serve l’artista, chi definisce il confine tra assistenza e sostanziale rimpiazzo del giudizio autoriale? La risposta di Shin è pragmatica, ma ignora il fatto che la cura è sempre politica quando si tratta di immagini.

Il grido d’allarme degli indie puristi

Come segnalato da ComingSoon lo scorso 29 giugno, la reazione della critica e del pubblico americano è stata immediata e tagliente. Per molti cinefili, l’accordo non è un’evoluzione: è un tradimento dei valori artistici che hanno reso A24 un punto di riferimento. Cito ancora Backrooms, successo recente che deve gran parte del suo fascino alla tensione tra analogico e digitale, al corpo fisico degli attori, alla materia pellicolare o alla resa cromatica delle telecamere. Marty Supreme, dall’altro lato, ci ha ricordato che il cinema vive nelle imperfezioni del volto, non nei prompt generativi. La polemica non nasce da un rifiuto luddista della tecnologia, come spesso si vorrebbe far credere. Nasce dalla consapevolezza che l’artigianato cinematografico è nato per resistere all’uniformità. Quando uno studio vende il proprio accesso prioritario a un sistema addestrato su decenni di contenuti commerciali, sta di fatto consegnando la chiave dell’autorevolto al motore della standardizzazione. L’ironia della situazione è sottile ma tagliente: A24 ha costruito il suo mito sull’indie, e ora usa i canali del mainstream tech per scalare.

Ombre di Hollywood su un terreno che non era loro

È utile ricordare i numeri con cui tutto è iniziato. Nel febbraio 1887 Harvey Henderson Wilcox urbanizzò quaranta ettari di terreno agricolo fuori Los Angeles, trasformando un fallito progetto di fichi e albicocche in un impero globale. Hollywood nacque come speculazione territoriale e si evolse in macchina del desiderio. Oggi quel modello si scontra con un’altra forma di terra: i data center. La partnership tra A24 e Google DeepMind non è un salto nel futuro. È il ritorno a casa di una industria che ha sempre cercato di controllare la produzione prima ancora della distribuzione. Ho recensito in passato film che affrontavano questo tema con la forza del cinema d’essai, mostrando come la tecnologia sia neutra solo finché non riceve un budget. Quando DeepMind inizia a lavorare sui flussi di lavoro di uno studio indie, non sta solo ottimizzando il rendering. Sta definendo le regole della nuova grammatica visiva. E chi scrive quelle regole, solitamente, non chiede permesso ai registi.

Il cinema non è un problema da risolvere con l’efficienza. È un rito che sopravvive perché resta imperfetto. Quando gli algoritmi imparano a imitare la nostra umanità, ricordiamoci di pagare per guardarne le ombre, non il codice.

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#A24 #Google DeepMind #intelligenza artificiale #cinema indipendente #critica cinematografica

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