Abbandonando il paradiso: Genc Përmeti e la geografia della paura
L'opera prima di Genc Përmeti trasforma l'apocalisse nucleare in un ritratto intimo dei Balcani, tra storia collettiva e sopravvivenza quotidiana.
Abbandonando il paradiso: Genc Përmeti e la geografia della paura
Genc Përmeti non perde tempo con le premesse. Sessanta anni dopo il bombardamento nucleare, in una zona industriale che i Balcani hanno dimenticato, la civiltà non è crollata con un boato ma con un lento logorio. Abbandonando il paradiso (89 minuti) rifiuta immediatamente le convenzioni del post-apocalittico commerciale. Non cerchiamo supereroi in cerca di una nuova Eden né scienziati pazzi con piani megalomaniaci. Qui si affronta la sopravvivenza quotidiana di Niko, un bambino di dieci anni nato tra le lamiere arrugginite, e di suo nonno Leksi, cresciuto a pane nero e diffidenza. La linea ferroviaria che divide il loro territorio da un’altra schiera di sopravvissuti non è solo una tracciatura geografica: è la ferita aperta di una storia che si rifiuta di guarire.
La geografia di un esilio
Il microcosmo costruito da Përmeti ha il respiro corto e il profumo della ruggine. Agata Buzek, Daniel Olbrychski, Nikolla Prendi e Kristaq Pilo non interpretano archetipi: abitano fessure di cemento dove l’aria stessa pesa di più. La fotografia di Tomasz Wierzbicki evita il compiacimento visivo e mostra un mondo che ha smesso di sperare in una rigenerazione spettacolare, concentrandosi invece sulla texture dei gesti minimi. Ogni volta che i protagonisti difendono un metro di terra o scambiano un sasso per un fucile, stiamo assistendo a un adattamento fisiologico alla scarsità. Il cinema balcanico ha da sempre la capacità di trasformare il peso della storia in materiale narrativo denso, senza mai cadere nel didascalismo. Përmeti porta questa eredità dentro una cornice fantascientifica che però non pretende di essere realistica: deve solo essere emotivamente vera.
Il genere al servizio dell’intimo
Definire Abbandonando il paradiso pura fantascienza dispotica è riduttivo. La pellicola, co-produzione tra Albania, Italia, Polonia e Kosovo firmata da Ska-Ndal sh.p.k., Water Color Studio, LA LUNA Srl e Added Value Films, usa il genere come un pretesto per scardinare le nostre aspettative. Con una sceneggiatura curata dallo stesso regista e dal consulente Thomas Logoreci, l’opera prima di Përmeti sceglie una strada impervia: trasformare l’apocalisse in uno stato mentale piuttosto che in un evento storico da commemorare. La colonna sonora di Andrea Guerra interviene con parsimonia, lasciando che il silenzio tra i dialoghi faccia il lavoro sporco della tensione narrativa. Il risultato è un film dove la politica non si urla dalle piazze ma si respira nei corridoi angusti, nella fame calcolata, nella necessità di sapere chi comanda sui binari. L’intimismo qui non è evasionismo: è l’unico strumento rimasto per leggere il collettivo.
La paura come architettura di controllo
Durante l’evento del 30 giugno alla sezione Frontiere del BIF&ST, accompagnato da Daniele Vicari e Martina Barone, Përmeti ha chiarito senza giri di parole la matrice del suo lavoro. La paura è un’architettura che i potenti innalzano per assoggettare il popolo, spesso attraverso nemici esterni inventati o esasperati a tavolino. Nel film questa dinamica non è un monologo politico imposto alla trama: è la logica che si insinua nel respiro di Niko e Leksi. Il conflitto ferroviario non nasce da un odio ancestrale, ma dalla necessità di indicare un capro espiatorio per giustificare il controllo dei pochi rimasti. È una riflessione agghiacciante sulla natura del potere, resa tangibile attraverso la lente di un’infanzia che cresce senza mai conoscere il mondo prima della cenere. Il film non offre consolazione, ma regala una lucidità rara.
Un debutto che non chiede scuse
Guardare Abbandonando il paradiso significa accettare che il cinema può ancora interrogarci senza compiacerci. Përmeti dimostra di avere un senso della composizione e del ritmo fuori dal comune per un esordio. Non cerca l’effetto facile, non indulge al pathos da manuale. Preferisce lasciare che le immagini parlino attraverso la loro durezza e che i personaggi sopravvivano attraverso le loro contraddizioni. In un panorama internazionale saturato di franchise calcolati e di narrative pre-confezionate, questo film arriva come una sferzata di aria fredda. Non è perfetto nei dettagli tecnici, ma lo è nell’intenzione. E nel cinema, l’intenzione ben condotta vale più di mille effetti speciali.
A volte la fine del mondo non si vede dall’alto dei cieli in fiamme, ma dalla distanza di pochi metri che separa un sopravvissuto dal suo prossimo. Il resto è solo propaganda.
Tag
Condividi