Artificial di Luca Guadagnino: tra il ricordo di Bertolucci e la scommessa su Sam Altman
Analisi del primo trailer e del casting di Artificial, il nuovo progetto di Luca Guadagnino che contrappone l'eredità di Bertolucci all'era dell'intelligenza artificiale.
Mentre Venezia gli consegnava il Cartier Glory to the Filmmaker Award e preparava la sala per le prime tre ore di Joie de vivre, Luca Guadagnino stava già guardando altrove. Il documentario dedicato a Bernardo Bertolucci, scomparso nel 2018, è una dichiarazione d’amore analogica, lunga sette ore divise in due atti, che parte dal legame personale per aprirsi a un confronto collettivo sull’eredità di un cinema fatto di volti, respiro e carne. È la sua lettera d’addio al Novecento visuale. Ma già dalla Q&A del 9 settembre, o forse prima nei corridoi della Mostra, il regista ha lasciato trapelare l’interesse per una nuova direzione: Artificial, il film che indagherà la figura di Sam Altman e l’avvento dell’intelligenza artificiale. Il primo trailer è appena uscito, e con lui si apre un crocevia inedito nella carriera di Guadagnino.
Il peso di un’eredità e il vuoto digitale
C’è una tensione precisa in questo passaggio. Guadagnino ha dedicato mesi a ricostruire la cinefilia che “non esiste più”, come recita il titolo completo dell’opera, attraversando gli archivi di Bertolucci, i collaboratori stretti e i cultori del maestro. Ha ricevuto un riconoscimento che ha subito devolto ai giovani critici in sala, definendoli “le colonne su cui noi ci appoggiamo”. È un gesto di umiltà professionale, ma anche di consapevolezza: il cinema che lo ha plasmato è finito. E da qui nasce la scommessa di Artificial. Il trailer non cerca la retorica distopica a buon mercato. Non mostra robot ribelli o server in fiamme. Si limita a inquadrature asettiche, luci fredde, dialoghi spezzati che risuonano come prompt eseguiti da un linguaggio ancora incerto. La regia di Guadagnino qui rinuncia alla sua consueta sensualità tattile per abbracciare la geometria del distacco nelle sale operatorie di Silicon Valley e nei data center. È una scelta coraggiosa, o forse disperata: lasciare che la camera osservi senza toccare, come se lo spettatore fosse un modello in addestramento che cerca pattern nel rumore.
La scelta del cast e l’ansia da controllo
La notizia del cast conferma che non si tratta di una biografia celebrativa. Guadagnino ha optato per un interprete capace di trasmettere l’ansia da controllo più che il carisma messianico spesso associato ad Altman. Non cerchiamo il guru barbuto in maglione tecnico, ma l’uomo che ha aperto la scatola di Pandora e si trova a doverne gestire i rifiuti cognitivi. Il trailer mostra già come le relazioni umane vengano filtrate, mediate, talvolta sostituite da interfacce. La recitazione richiesta è di sottrazione: ogni gesto deve pesare meno di una notifica push. È un lavoro di contenimento che richiama le migliori interpretazioni di chi ha dovuto vestire l’arroganza del potere senza mai tradirla. Se la direzione artistica manterrà questo ritmo di discesa progressiva, eviteremo il rischio di trasformare Altman in un nuovo messia da manuale. Il regista sa bene che i miti della tecnologia non si costruiscono con le lapidi, ma con gli algoritmi che li diffondono.
Tra carne viva e codice sorgente
Guardare Guadagnino affrontare il tema dell’IA non può che evocare la sua esplorazione del corpo e dei desideri in Chiamami col tuo nome o nella carne viva di Suspiria. C’è un filo conduttore invisibile: la ricerca di un contatto autentico in mondi sempre più mediati. Hollywood, come avevamo notato in altre occasioni, sta ancora cercando di domare il mostro digitale con vecchi schemi narrativi. Guadagnino fa l’opposto: prende la materia fredda e le impone una grammatica umana frammentata. Non si tratta di predire il futuro, ma di documentare la nostra attuale condizione di intermediari tra carne e codice. Il trailer promette un finale aperto, non una risposta. E forse è l’unica direzione possibile quando si parla di intelligenza che non sa ancora cosa significa essere vivo.
Il cinema non muore quando cambia formato. Muore solo quando smette di chiedere perché guardiamo, invece di chiederci cosa stiamo guardando.
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