Barbie 2 in stallo: il prezzo del mito e la logica dei contratti
Le trattative per il sequel di Barbie sono ferme per le richieste di Robbie, Gosling e Gerwig. Analisi dell'impatto industriale su Warner Bros. e Mattel.
Il cinema moderno si misura spesso in numeri, ma dietro ogni cifra ci sono persone che ne chiedono di più. La vicenda del sequel di Barbie è il sintomo più chiaro di quanto la macchina industriale stia cercando di ingranare a forza di contratti invece che di creatività. Questo approfondimento segue esattamente le tracce tracciate in La strategia di Warner Bros per il 2027 tra franchise e horror, dove ho sottolineato come lo studio abbia spostato il suo baricentro sulla sicurezza del franchise blindato per stabilizzare i propri margini. Eppure, proprio mentre la slate 2027 si costruisce su sequel già validati e horror a basso rischio, un altro pilastro del catalogo WB è in bilico: il futuro della bambola. E non per mancanza di idee, ma per eccesso di pretese economiche.
Il prezzo del mito e la contabilità
Ryan Gosling chiede venti milioni di dollari. Margot Robbie e LuckyChap Entertainment vogliono un pacchetto che integri la recita con il controllo produttivo. La proposta presentata a maggio è stata respinta senza mezzi termini. Warner Bros., sotto la spinta dei presidenti Pam Abdy e Michael De Luca, ha messo sul tavolo offerte parallele, ma il verdetto finale spetta al CEO David Zaslav, il quale si è rifiutato di firmare accordi che prevedano una partecipazione agli incassi più generosa per i due protagonisti. Un portavoce dello studio ha precisato che non è mai esistito un accordo già approvato e successivamente ritirato: parliamo semplicemente di un’arena dove le controparti stanno ancora definendo i propri limiti. La posizione di Zaslav non è incomprensibile da una prospettiva finanziaria: un film uscito il 21 luglio 2023 con un budget tra i 128 e i 145 milioni di dollari ha già restituito circa 1,445 miliardi di dollari worldwide e otto nomination agli Oscar nel 2024. Quando si è già vinto al botteghino, la logica aziendale tende a erodere i costi variabili per proteggere gli utili. Ma il cinema non è un’assicurazione sulla vita.
Quando i contratti sostituiscono le storie
Greta Gerwig e Noah Baumbach hanno già elaborato una bozza narrativa per il secondo capitolo, ma la tengono in riserva finché non si chiude la partita economica. È una mossa da professionisti che conoscono il valore del proprio lavoro, anche se suona come un ricatto per chi guarda dall’esterno. La scadenza di dicembre 2026 è il vero spartiacque: oltre quella data, i diritti sul sequel tornerebbero a Mattel, lasciando Warner Bros. con un franchise dal titolo famoso ma senza gli autori che l’hanno reso un fenomeno culturale trasversale. Un divario simile a quello sfiorato nel 2019 tra Sony e Marvel per Spider-Man avrebbe potuto cancellare film da quasi due miliardi di dollari. Qui la posta in gioco è identica, solo su scala leggermente inferiore ma con un’urgenza creativa ben più esplicita. Il problema non è il cachet richiesto dai divi, ma l’idea che i numeri del primo film siano automaticamente replicabili senza gli stessi ingredienti narrativi e stilistici.
La scadenza di dicembre e il futuro del franchise
Se le trattative falliranno, la situazione si farà grottesca. Mattel potrà produrre un sequel con qualsiasi cast voglia, ma perderà l’unico elemento che ha reso il primo film un successo: l’intesa tra regia, sceneggiatura e interpreti. Warner Bros. continuerà a presentare slate calcolate al millimetro, cercando di trasformare ogni novità in un franchise blindato. Ma quando la sicurezza contrattuale sostituisce la curiosità autoriale, il pubblico smette di seguire le storie e inizia a contare i giorni fino all’uscita. Il cinema non si salva con le clausole di riacquisto o con le partecipazioni agli incassi strutturate da avvocati d’affari. Si salva quando lo studio accetta che un’autrice come Gerwig non è un fornitore di contenuti, ma il motore stesso del fenomeno.
«Nessun blockbuster resiste per sempre alla logica della rendita: quando si paga troppo per il mito, si compra solo la sua tomba.»
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