Cinema e parità: quando i decreti incontrano la regia femminile
Analisi delle iniziative strutturali per la parità di genere nel cinema italiano: call di Cinecittà, decreti attuativi e dati della Mostra di Venezia.
Il cinema italiano non ha bisogno di più discorsi sulla diversità. Ne ha bisogno di meno parole e più contratti firmati. Per anni abbiamo assistito a un circolo vizioso: festival che celebrano il progresso, comunicati stampa che parlano di inclusione, ma negli uffici produzione e nelle sale di montaggio la mappa dei poteri rimane immutata. La svolta non arriva dalle declamazioni, ma dagli strumenti concreti che oggi stanno finalmente cambiando architettura. Non si tratta più di chiedere permesso. Si tratta di costruire le rampe su cui salire.
I meccanismi che spostano le pedine
A settembre si è chiuso con i numeri di Cinecittà e Rai Cinema il lancio della call “Short Attacks!”: otto cortometraggi interamente finanziati, riservati a registi under 35 che non hanno ancora un lungometraggio alle spalle. Non è un premio simbolico da conservare in bacheca. È un’anticipazione di capitali che bypassa i filtri tradizionali e agisce direttamente sulla fase di sviluppo. A questa mossa si aggiungono i decreti attuativi della legge cinema e audiovisivo 220/2016, che introducono punteggi automatici fino a sette punti per le opere con registe o maggioranza di autrici donne nei ruoli chiave, nonché per le produzioni con capi-reparto prevalentemente femminili. DOP, montatrici, supervisori dell’animazione: non si parla più solo di chi stringe l’obiettivo, ma di chi gestisce il flusso tecnico ed economico della macchina da presa.
Al Venice Production Bridge l’8 settembre, Andrea Del Mercato ha tracciato un quadro preciso tra il 2020 e il 2026: stabilità complessiva, quaranta percento di titoli diretti da donne nella sezione Orizzonti, parità nei cortometraggi. Ma il Concorso principale continua a mostrare un solo volto femminile. Il dato non è nuovo, ma la lente con cui lo osserviamo sì. Non si tratta di sostituire uomini con donne nella stessa struttura rigida. Si tratta di decostruire la piramide. La terza edizione di Film&Parità, conclusasi il 5 settembre all’Hotel Excelsior di Venezia sotto l’egida della Consigliera regionale Francesca Torelli e dell’assessore Valeria Mantovan, ha ripetuto un principio elementare ma spesso dimenticato: ogni esclusione per genere è un pezzo di futuro sottratto alla collettività. Le parole hanno il peso della realtà solo quando si traducono in accesso alle filiere.
Oltre il tokenismo e la grammatica delle storie
Spesso le iniziative sulla parità cadono nella tentazione opposta: trasformare la rappresentazione in un esercizio di stile, un obbligo estetico che non tocca i nervi scoperti delle storie. Ho già sottolineato come Paola Randi, nel suo approccio a Se domani non torno, abbia privilegiato una narrazione più sobria e riflessiva. Una regia chirurgica che evita di abbellire ciò che non va abbellito. È esattamente questa onestà narrativa che manca quando la parità diventa un timbro da apporre su copioni consunti o su personaggi costruiti per assolvere a una checklist. I dati dello studio USC Annenberg Inclusion Initiative, che ha analizzato i primi cento film nazionali per anno dal 2007 al 2024, confermano che i gap strutturali restano dietro e davanti alla macchina da presa. Ma il problema non è la mancanza di talento femminile. È la mancanza di spazi decisionali dove quel talento possa sbocciare senza mediazioni.
Il progetto mappato da WIFT Sweden con un finanziamento di due milioni e cento mila svedesi tra il febbraio 2020 e il febbraio 2022 ha tracciato reti transnazionali per contrastare il dato che meno di un terzo dei dialoghi globali siano affidati a personaggi femminili. Non è una questione di quota rosa applicata alla lettera. È una questione di grammatica visiva. Quando Jasmine Trinca, nel giugno del 2023 a Rio de Janeiro, ha parlato di leadership femminile nell’ambito della rassegna Fare Cinema, non stava chiedendo favori. Stava chiedendo il diritto di definire le regole del gioco. La parità si misura dalla capacità delle storie di respirare senza chiedere scusa per la propria esistenza.
La trasparenza come leva di mercato
Le parole d’ordine sono spesso confuse perché i meccanismi economici non le seguono. Ho già scritto come la trasparenza dei dati su Netflix sia un modo per insegnare al pubblico a leggere il mercato, non per democratizzarlo. Lo stesso vale per le iniziative sulla parità: se restano confinate nei comunicati stampa o nei panel da festival, diventano puro marketing culturale. I decreti che premiano le produzioni con registe e capi-reparto donne sono utili solo se accompagnati da un controllo rigoroso sull’erogazione dei fondi e sulle scelte distributive. Altrimenti rischiamo di creare una classe dirigente femminile d’assunzione, senza mai toccare il cuore produttivo del sistema.
Il cinema è un’industria della visibilità, ma anche della memoria. Se vogliamo che le storie cambino, dobbiamo cambiare chi decide quali storie meritano di essere viste. Non servono più appelli generici. Servono contratti, budget strutturati e una regia che non abbia paura di scavare nella grigia complessità dell’esistenza senza cercare consolazioni facili. La parità non si conquista con i titoli di coda. Si costruisce nei laboratori di sviluppo creativo, nelle sale dove si tagliano le scene, negli uffici dove si approvano i budget.
“La diversità non è un’aggiunta al cinema. È il cinema stesso quando smette di mentire su chi lo abita.”
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