Dau alla mostra del cinema di Venezia tra Kiev e il Lido: un esperimento sotto accusa
La polemica diplomatica che accompagna la proiezione di Dau a Venezia 83. Tra pressione politica, memoria storica e autonomia della selezione festivaliera.
La 83ª Mostra del Cinema di Venezia non è soltanto un palcoscenico per le prime pellicole, ma un termometro geopolitico che indica temperature sempre più alte. Tra i titoli in programma a settembre 2026, Dau di Ilya Khrzhanovsky si erge come il punto focale di una polemica che travalica stabilmente i confini del Lido. Non si tratta di un film di produzione standard: 195 minuti di girato più quindici di intervallo, co-prodotto tra Germania, Francia e Svezia, con Teodor Currentzis, Radmila Shchogolieva e Anatoly Vasiliev al centro di una macchina da presa ossessiva. Eppure, è la sua presenza in concorso a scatenare il dibattito pubblico, trasformando una sala cinematografica in un’arena diplomatica non invitata.
La materia grezza di Kharkiv
Il progetto affonda le radici nel 2006. Khrzhanovsky aveva inizialmente l’intenzione di girare un film sul fisico sovietico Lev Landau, ma l’accumulo di documentario, interviste e performance ha trasformato la ricerca in un organismo vivo, quasi indigesto. Le riprese sono avvenute su un set ricostruito a Kharkiv, nell’Ucraina orientale, che replicava fedelmente un istituto di ricerca dell’epoca. Non è una ricostruzione da studio berlinese o parigino (Phenomen Berlin ed Essential Films ne sono i produttori), ma il ritorno fisico sul territorio ucraino per indagare un passato sovietico complesso. Il cinema, in questi casi, non inventa la storia: la estrae dal fango delle memorie condivise. Giudicare l’opera esclusivamente attraverso le sue origini geografiche significa confondere il processo creativo con la geografia politica contemporanea.
Kiev contro la Biennale
È proprio questo legame storico a infiammare le acque diplomatiche. Il ministero degli Esteri di Kiev ha emesso una condanna formale, definendo il progetto uno strumento della politica statale del Cremlino e sostenendo che la selezione della pellicola su una delle piattaforme culturali più prestigiose al mondo rappresenti un segnale estremamente preoccupante. La reazione dell’istituzione veneta è stata secca: in serata ha respinto le contestazioni definendo false le affermazioni sulla produzione e sull’autore, senza aggiungere spiegazioni ulteriori. Una chiusura a riccio che non placa gli animi, ma chiarisce una cosa fondamentale: la direzione artistica di Alberto Barbera, sotto la presidenza di Pietrangelo Buttafuoco e con Maggie Gyllenhaal alla guida della giuria, mantiene il suo perimetro. Il cinema resta un territorio di libera circolazione, anche quando le frontiere terrestri sono chiuse da anni di conflitto.
Autonomia dell’arte o responsabilità politica?
La polemica tocca nervi scoperti che percorrono l’intero settore culturale europeo. Da una parte, la legittima richiesta ucraina di non normalizzare finanziamenti o narrative legate a reti di influenza russe in un momento di guerra aggressiva. Dall’altra, il rischio di trasformare ogni opera d’arte in un documento di intenti politici, dove il merito estetico si misura sulla carta dei produttori e sulle nazionalità accreditate. Dau non è un film di propaganda: è un esperimento di antropologia visiva che usa la ricomposizione scenica come metodo di indagine. Separare nettamente l’arte dalla diplomazia non significa ignorare le sofferenze attuali, ma riconoscere che il processo creativo è avvenuto in gran parte prima delle attuali escalation belliche. La Mostra del Cinema ha programmato la pellicola per il 9 settembre alle 15:45 in Sala Grande, il 11 in Sala Casinò e il 12 in Astra 1. Le proiezioni resteranno lì, spogliate delle etichette che i governi cercano di incollargli addosso. Il pubblico potrà decidere se il film è un documento storico, un fallimento o una rivelazione. Non spetta ai ministeri degli Esteri fare da censori invisibili, né la Biennale deve piegarsi alle pressioni esterne per compiacere le alleanze del momento. La selezione mantiene il suo diritto di esporre le crepe, anche quando fanno male a chi guarda.
“Il cinema non è un tribunale internazionale, ma uno specchio crepato: a volte mostra il volto di chi lo guarda, altre volta quello di chi lo ha spento.”
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