Festa del cinema di Roma 2026: le giurie e il peso di un concorso che non chiede permesso
La composizione delle giurie della ventunesima edizione conferma una direzione curatoriale precisa. Un'analisi su Komasa, Rampoldi, Minervini e la geografia delle visioni in gara.
L’annuncio delle giurie non è un dettaglio burocratico, ma la dichiarazione di intenti di una rassegna che ha scelto di guardare al futuro senza chiedere permesso. La ventunesima edizione, in scena dal 13 al 25 ottobre tra l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone e altre sedi capitoline sotto la presidenza di Salvatore Nastasi, incarna nella composizione dei suoi organi valutativi ciò che Paola Malanga aveva teorizzato sulla direzione artistica: accogliere una trasformazione culturale senza ridurla a operazione di marketing. Le giurie non sono targhe decorative. Sono lenti attraverso cui un festival decide cosa valere e cosa ignorare, e questa volta la scelta è stata presa senza esitazioni.
E’ uno sviluppo di quanto emerso in Festa del cinema di Roma 2026: il concorso Progressive e la sfida di una rassegna che vuole parlare al futuro.
Il vertice creativo e la geografia delle giurie
Jan Komasa alla guida del Concorso Progressive Cinema è una mossa che parla chiaro. Regista polacco capace di fondere denuncia sociale e grammatica cinematografica ferrea, Komasa non è un nome legato al circuito dei premi a oltranza, ma alla necessità narrativa. Accanto a lui, Alice Braga, Saja Kilani, Carlos Marqués-Marcet e Alessio Rigo de Righi compongono un quadro geopolitico consapevole: Brasile, giordana/palestinese/canadese, Spagna, Italia/Stati Uniti. Questa selezione evita il classico errore di molte rassegne che credono di essere internazionali solo perché inseriscono un nome anglosassone a caso o si affidano ai soliti volti dei circuiti commerciali. Qui si cerca una geografia delle visioni, non un cocktail di brand. Il concorso, aperto a fiction, documentario e animazione senza barriere artificiali, valuterà 18 titoli per i premi che vanno dal Gran Premio alla Miglior regia. Il vero test sarà capire se la giuria saprà premiare l’urgenza o la comodità tecnica.
Opera prima e documentario: due occhi sul futuro
La sezione dedicata alle opere prime è affidata a Ludovica Rampoldi, affiancata da Pauline Loquès e Corneliu Porumboiu. Rampoldi porta con sé una sensibilità che mescola memoria familiare e sguardo contemporaneo, mentre Porumboiu, con la sua ironia disincantata, garantisce che il premio non diventi un museo di debutti timidi o autoindulgenti. Parallelamente, Roberto Minervini presiede la giuria documentaristica insieme ad Andrea Queralt e Jessica Sarah Rinland. Minervini sa bene che il documento non è archivio: è carne viva. In un’epoca in cui i festival tendono a separare l’arte dalla realtà per preservarne l’aura, questa doppia composizione suggerisce una lettura diversa. I film devono essere necessari, non perfetti. Quando il filtro curatoriale si fa troppo morbido, si premia l’autocelebrazione; quando è troppo duro, si uccide la scoperta. Qui il bilanciamento sembra intenzionale e lontano dalle logiche di mercato.
La selezione ufficiale tra urgenza e mercato
Tra i 18 film in gara spiccano titoli italiani come Brianza di Simone Catania e Giorni felici di Susanna Nicchiarelli. Non sono inseriti per il loro potenziale distributivo, ma per la capacità di interrogare il presente senza scendere a compromessi. Accanto a loro, opere come Ceniza en la boca di Diego Luna o Closure di Michał Marczak confermano che il concorso non cerca capolavori ermetici, ma voci che parlano un linguaggio comune mantenendo intatta la propria identità. Le sezioni non competitive — Freestyle, Grand Public, Proiezioni speciali, Best of 2026 e Storia del Cinema con i restauri — mostrano una rassegna che non disdegna il pubblico ma lo rispetta, offrendo percorsi chiari invece di labirinti intellettuali voluti a forza. La Sala Grande resta il palcoscenico, ma la vera misura di questa edizione si leggerà nei corridoi e nelle discussioni post-proiezione, dove il cinema torna a essere processo civile prima che prodotto finissimo.
Le date dal 13 al 25 ottobre non sono un riempitivo stagionale. Sono un invito a osservare come un cinema istituzionale possa ancora permettersi di guardare avanti senza arrendersi alla logica del rendimento immediato. Se le giurie sapranno mantenere questa tensione tra rigore e accessibilità, Roma confermerà il suo ruolo di termometro culturale, non di parata industriale.
“Un festival non si misura dai biglietti venduti o dai nomi in copertina, ma dalla capacità di costringere lo spettatore a uscire dalla sala con una domanda che non sapeva di portare.”
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