Festa del Cinema di Roma 2026: tra i vincitori del Progressive Cinema e la rinascita di Jeremy Renner
Analisi dei premi della ventunesima edizione, dalle dichiarazioni di Clio Barnard alla presenza internazionale. Un festival che misura il presente.
Chiudere un festival non significa contare i trofei. Significa interrogare il termometro che quella kermesse ha usato per misurare il clima culturale dell’anno. Come sviluppo di quanto già tracciato nella rassegna, è necessario scendere più a fondo nelle dichiarazioni che hanno fatto da colonna sonora alla ventunesima edizione. Roma, dal 13 al 25 ottobre, non si è limitata a ospitare pellicole: ha imposto una domanda precisa sul presente cinematografico e ha scelto di porla con voce internazionale.
E’ uno sviluppo di quanto emerso in Festa del Cinema di Roma 2026: i vincitori, Alice nella città e il bilancio finale.
Le voci del Progressive Cinema
Il Concorso Progressive Cinema non chiede l’ok dei circuiti consolatori. La giuria presieduta da Jan Komasa ha consegnato il verdetto finale nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica, e la scelta è stata inequivocabile: I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard porta a casa il Miglior Film. Non si tratta di un riconoscimento estetico fine a se stesso, ma di una presa di posizione sui temi che strutturano l’attualità. La regista britannica non ha nascosto le ragioni dell’opera durante il ritiro: «Questo è un grandissimo onore. Il cinema è un’impresa collettiva, ritiro questo premio a nome di tutti i miei collaboratori. Il nostro film affronta la precarietà e le pressioni sui giovani, la difficoltà di ottenere i beni primari come un reddito regolare e un tetto sulla testa. E’ chiaro che le cose sono fuori equilibrio, un sistema che beneficia pochi e punisce molti cerca di dividerci. Le proteste giovanili in corso avvengono per una buona ragione: se resistiamo al tentativo di dividerci unendoci, credo che il cambiamento sia possibile».
La direzione è chiara. Il Gran Premio della Giuria a The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson e i premi tecnici a Rafiki Fariala (Congo Boy) e Abia Castillo confermano che la rassegna privilegia autori capaci di tradurre l’urgenza sociale in grammatica visiva, senza ricorrere al filtro nostalgico. La presenza di attori come Anthony Boyle e Paolo Pierobon (Miglior Attore ex aequo) conferma inoltre che il cinema europeo e britannico continua a dialogare con la scena italiana attraverso linguaggi condivisi, non tramite accordi di marketing.
Il termometro di Alice nella Città e la presenza globale
La sezione destinata alle nuove generazioni non è un’appendice didattica. È il banco di prova su cui si misura la longevità del linguaggio cinematografico. Quest’anno, Alice nella Città ha scelto di portare a Roma Jeremy Renner, accompagnandolo in un percorso che va oltre la semplice presenza istituzionale. L’attore, che nel gennaio 2023 rimase gravemente ferito dopo essere stato schiacciato da un gatto delle nevi mentre cercava di salvare il nipote, ha presentato il suo memoir My Next Breath e tenuto una masterclass, ricevendo un premio deciso dalla Giuria dei Giovani. Il suo intervento non ha cercato il pathos facile, ma ha misurato il peso della sopravvivenza e del ritorno al lavoro: «Non penso che la mia storia sia un atto di supereroismo, è un atto d’amore, e forse l’amore stesso è il vero superpotere». Aggiungeva poi: «Ricevere un premio deciso proprio da una giuria di ragazzi è meraviglioso».
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La scelta di affidare a Renner la cattedra di Alice nella Città è stata pragmatica. Non si trattava di celebrare un volto noto, ma di mostrare come il mestiere della recitazione possa sopravvivere al trauma e alla frammentazione mediatica solo attraverso un approccio concreto, quasi artigianale. La presenza della figlia Ava ha sottolineato, in modo naturale, la dimensione umana dietro la figura pubblica. Un festival che sa accogliere questo tipo di narrazione senza banalizzarla dimostra di aver compreso dove sta oggi il vero interesse del pubblico giovane: non nell’intrattenimento asettico, ma nella testimonianza di un percorso reale.
Un festival che misura il presente
Dietro le luci della Sala Petrassi e le discussioni nelle masterclass, c’è una struttura organizzativa che deve funzionare per permettere alle idee di circolare. Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ha tracciato una linea precisa sul ruolo istituzionale dell’evento: «La Festa del Cinema di Roma si conferma un appuntamento importante per il nostro cinema, capace di coniugare la qualità della proposta artistica con una partecipazione del pubblico sempre più significativa». La direttrice artistica Paola Malanga e il presidente Salvatore Nastasi hanno lavorato su questa stessa direzione, costruendo una programmazione che non cerca il consenso a priori ma offre strumenti di lettura.
La strategia è visibile nei dettagli: il consolidamento delle proiezioni nelle sale dell’Auditorium e in altre sedi della città, il rafforzamento del mercato parallelo, la cura maniacale delle sezioni dedicate agli esordi e alle cinematografie minori. Roma non compete con i festival che misurano il successo in giorni di anteprime mondiali. Misura la qualità in anni di visibilità. Se nelle scorse annate si è dibattuto sul gigantismo della rassegna, questa edizione chiude il cerchio mostrando che la crescita può avvenire solo attraverso una selezione rigorosa e un pubblico che viene seguito, non solo accolto.
La festa non finisce quando cala il sipario sull’ultima proiezione. Finisce quando il pubblico esce in sala con la certezza di aver visto qualcosa che non poteva trovare altrove.
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