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Festival

Festa del cinema di Roma 2026: tra Julianne Moore, Pawlikowski e il peso delle masterclass

L'attesa per la ventunesima edizione della rassegna capitolina. Premiazioni, incontri nella Sala Petrassi e Paso Doble: un programma che privilegia il mestiere sulla retorica.

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Festa del cinema di Roma 2026: tra Julianne Moore, Pawlikowski e il peso delle masterclass

La ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma non si regge solo sulle giurie, ma su ciò che accade tra una proiezione e l’altra. Un festival è prima di tutto un organismo vivente, fatto di sguardi incrociati e tensioni narrative. Come ho già sottolineato in Festa del cinema di Roma 2026: le giurie e il peso di un concorso che non chiede permesso, la rassegna si misura nei corridoi, dove si verifica se sa ancora trasformare la presenza fisica in materia critica. I numeri contano, ma è lì che si prende il polso di un cinema che non ha fretta di consumarsi.

Il peso dei riconoscimenti e la presenza di Julianne Moore

Concedere un Premio alla Carriera a una figura come Julianne Moore non è mai un gesto puramente celebrativo, a meno che non si perda il rispetto per il lavoro sulla pellicola. La direttrice artistica Paola Malanga e il presidente Salvatore Nastasi hanno scelto una strada precisa: il riconoscimento verrà consegnato durante la proiezione di The Debut, film inserito nella sezione Grand Public, con Jesse Eisenberg come testimone di questo passaggio. Non è un caso che a consegnarlo sia un regista-attore che ha costruito la sua grammatica sulla stessa ricerca di autenticità che Moore porta avanti da oltre settanta pellicole. Still Alice, I ragazzi stanno bene, Boogie Nights – L’altra Hollywood e il recente May December non sono trofei da appendere al muro, ma prove di una versatilità rara in un’epoca che preferisce i personaggi monolitici. Premiarla oggi significa riconoscere che la vera longevità nel cinema non si compra con le campagne marketing, ma si costruisce rifiutando i compromessi del set. Il pubblico di Roma potrà finalmente vedere il risultato di questo percorso senza filtri: The Debut, presentato nella sezione Grand Public, permette al festival di restituire alla comunità lo sguardo di chi ha insegnato a guardare in faccia l’umano senza abbellimenti.

Masterclass nella Sala Petrassi: due voci che non chiedono permesso

Se i premi misurano il passato, le masterclass provano il futuro. Venerdì 16 ottobre e domenica 18 ottobre, sempre alle 16:30 in Sala Petrassi, la rassegna regala al pubblico due incontri che evitano volutamente la retorica da dietrologia professionale. Paweł Pawlikowski, autore di Ida e Cold War, presenterà Fatherland, film vincitore della regia a Cannes e candidato polacco agli Oscar 2027. Il suo cinema è sempre stato un esercizio di precisione geometrica e di dolore contenuto; parlare con lui significa capire come la forma possa essere un atto politico senza bisogno di strilli. Domenica tocca a Rodrigo Sorogoyen, regista di As bestas e Il regno, che porterà El ser querido con Javier Bardem, protagonista del film e destinatario del Premio alla Carriera della kermesse, che riceverà durante la Festa. La sua capacità di trasformare il genere nel veicolo per indagare le strutture del potere lo rende un interlocutore necessario. Due incontri, due date precise, zero alibi intellettuali. In un circuito dove spesso si confonde la masterclass con un’intervista promozionale, Roma sceglie di restituire la sostanza del mestiere: cinema come pratica quotidiana, non come mito irraggiungibile.

Il 14 ottobre si terrà Paso Doble, l’appuntamento che finalmente riporta al centro la macchina produttiva senza trasformarla in una tavola rotonda accademica. Tessa Ross ed Edward Berger si siederanno per un confronto che guarda ai meccanismi reali della creazione cinematografica. La Ross, produttrice dalla carriera trasversale e premiata nella serata inaugurale, porta con sé l’esperienza di chi sa che un film nasce prima ancora di essere girato. Berger, regista dal linguaggio visivo inconfondibile, completerà il quadro portando la prospettiva dell’autore contemporaneo. Insieme dimostrano che il cinema non è solo questione di talento individuale, ma di architettura collaborativa. Un approccio che richiama la necessità di mantenere viva una rete di scambi concreti, preferendo le strutture alla star system. La Festa del Cinema di Roma conferma così di non avere paura di parlare di lavoro, di budget, di scelte distributive: è lì che il cinema respira davvero e dove si decide se un’opera sopravvivrà o diventerà polvere digitale.

Il banco di prova della Sala Grande

Dodici giorni di programmazione non sono un riempitivo stagionale. Sono un invito a vedere se una rassegna competitiva riconosciuta dalla FIAPF sa ancora resistere alla logica del rendimento immediato. Le giurie hanno tracciato la mappa; ora spetta allo spettatore e agli ospiti restituire il percorso. Un festival che si permette di guardare al futuro senza chiedere permesso lo fa soprattutto attraverso questi incontri: dove l’arte smette di essere oggetto da venerare e diventa strumento per capire chi siamo adesso.

“Non esiste cinema più urgente di quello che costringe lo spettatore a uscire dalla sala con la consapevolezza che il mondo fuori è ancora da scrivere, non da incorniciare.”

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#Festa del Cinema di Roma #Julianne Moore #Paweł Pawlikowski #Rodrigo Sorogoyen #Festival 2026

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