Scarica ora
Festival

Festa del cinema di Roma 2026: tra Tessa Ross, anteprime e il peso del cinema italiano

La seconda giornata della kermesse romana smonta i riflettori per mostrare architettura produttiva, programmi senza compromessi e una selezione che non chiede permesso.

DevShifters
Festa del cinema di Roma 2026: tra Tessa Ross, anteprime e il peso del cinema italiano

La seconda giornata della ventunesima edizione non respira di applausi facili. A differenza delle serate inaugurali dove il rumore dei flash copre spesso il contenuto, mercoledì 14 ottobre la Sala Petrassi ha funzionato come un laboratorio di critica in tempo reale. La rassegna costruisce un territorio di confronto dove la presenza fisica si trasforma in materia critica. Oggi quel territorio ha messo a fuoco ciò che il cinema contemporaneo tace troppo spesso: l’architettura invisibile delle pellicole e la necessità di programmi che non suppliscono al vuoto con la retorica.

Qui il confronto cede il passo alla concretezza di mostre, anteprime e riconoscimenti, come analizzato in Festa del cinema di Roma 2026: tra mostre, anteprime e il peso dei riconoscimenti.

La macchina produttiva al centro del dibattito

Premiare una produttrice in un festival dominato dalla figura dell’autore-regista è un atto editoriale preciso. Tessa Ross ha ricevuto l’Industry Lifetime Achievement Award dalle mani di Edward Berger nella serata inaugurale, e oggi, alle 16 in Sala Petrassi, i due si ritrovano nell’incontro Paso Doble: il gesto vale più di mille comunicati stampa. Ross non è solo la produttrice di Conclave, film per cui è stata candidata all’Oscar: il suo nome è legato anche a titoli come Billy Elliot, The Millionaire e 12 anni schiavo. È una figura che ha insegnato a guardare la produzione non come un semplice reparto, ma come la prima forma di regia.

Il cinema italiano e internazionale hanno spesso confuso il budget con il talento, ignorando che ogni decisione di casting, ogni taglio in fase di post-produzione, ogni negoziazione distributiva è già cinema in potenza. Berger ha consegnato il riconoscimento a una professionista che sapeva esattamente come trasformare un manoscritto complesso in un oggetto visibile senza tradirne la densità. In un circuito dove i premi alla carriera finiscono spesso per essere attestati di gratitudine istituzionale, questa scelta restituisce dignità al mestiere. Se non si riconosce chi tiene insieme le tessere del puzzle, si finisce per applaudire solo il quadro finito, ignorando l’incastro che lo rende possibile.

Programmi che scavano, senza compiacimenti

Il programma conferma una direzione curatoriale netta. Nella sezione Best of 2026 c’è The Only Living Pickpocket in New York, mentre tra i titoli del Grand Public ci sono Elsinore e Whalefall di Brian Duffield, tratto dal romanzo di Daniel Kraus, con Austin Abrams e Josh Brolin.

Accanto a questa selezione, il concorso Progressive Cinema comprende Brianza di Simone Catania e Ceniza en la boca di Diego Luna. Il primo è una commedia nera ispirata a un fatto di cronaca, sulla parabola di un armiere di famiglia travolto dai debiti negli anni della crisi; il secondo, tratto dal romanzo di Brenda Navarro, segue una giovane messicana che lascia il Messico con il fratello per raggiungere la madre a Madrid. Questa programmazione non è un riempitivo tra una masterclass e l’altra. È la prova che una rassegna competitiva può permettersi di scegliere opere scomode proprio perché ha già dimostrato di saperle contestualizzare. Il programma della kermesse capitolina sta costruendo un ponte tra urgenza autoriale e accessibilità democratica, senza mai cedere alla logica del rendimento immediato.

Il banco di prova della selezione italiana

Paola Malanga, direttrice artistica della rassegna, non ha bisogno di annunciare la propria linea critica con comunicato stampa. La si legge nella scelta di affidare l’immagine ufficiale dell’edizione a Monica Vitti, fotografata da Sergio Strizzi sul set de L’eclisse, e nel modo in cui il cinema italiano viene inserito nel tessuto della kermesse. Non si tratta di un omaggio decorativo alla memoria, ma di un riconoscimento alla vitalità attuale delle voci domestiche.

La presenza di registi come Diego Luna nel concorso Progressive Cinema, accostata a opere prime e a mediometraggi che esplorano le ferite contemporanee, dimostra che la selezione non confonde il nazionalismo con la qualità. Un festival riconosciuto come competitivo dalla FIAPF può permettersi di guardare al passato senza nostalgia, usando mostre come quella di Luigi de Pompeis e l’archivio Strizzi per archiviare lo sguardo, mentre le proiezioni scavano nel presente. La tensione tra accesso democratico e rigore curatoriale non è un motto da brochure. È la disciplina quotidiana che separa una kermesse commerciale da un osservatorio critico.

“Il cinema non si misura dalla grandezza dei riflettori, ma dalla capacità di chi li accende di sapere cosa lasciar restare al buio.”

Tag

#Festival del Cinema di Roma #Tessa Ross #Edward Berger #Progressive Cinema #cinema italiano 2026

Condividi