Guillermo del Toro e l'intelligenza artificiale nel cinema: il monito della BFI Fellowship
Analisi critica del discorso di Guillermo del Toro alla BFI Fellowship contro l'adozione dell'intelligenza artificiale nel cinema contemporaneo.
Il monito della BFI Fellowship
Non serve un oracolo per capire che qualcosa si spezza sotto le luci di Londra. La BFI Fellowship conferita a Guillermo del Toro non era una semplice cerimonia di ringraziamento. È stata una dichiarazione di guerra silenziosa, portata con la classe e l’ironia tipica di chi ha passato quarant’anni a costruire mostri invece di lasciarli generare da un prompt. Del Toro ha guardato in faccia il pubblico, i produttori e gli algoritmi che cercano di sostituire la regia, e ha usato parole nette: siamo sull’orlo dell’analfabetismo cinematografico. Non si tratta di nostalgia per pellicole danneggiate o proiettori rumorosi. Si tratta di riconoscere che l’industria sta scambiando la tecnica con l’output.
Quando un regista come Del Toro parla di “analfabetismo”, non intende ignoranza scolastica. Intende la perdita della capacità di leggere, scrivere e dirigere un film nella sua interezza: dalla sceneggiatura alla fotografia, dal montaggio al suono. Tutto viene frammentato, ottimizzato, reso scalabile. E mentre le stanze calde dei data center producono immagini che non sanno nemmeno di inchiostro, i cineasti veri vengono ridotti a supervisor di contenuti.
L’analfabetismo cinematografico e la perdita del mestiere
Ho già avuto modo di analizzare come il mercato stia cercando di inghiottire ogni forma di rischio con formule collaudate. Basti osservare il recente approfondimento su La strategia di Warner Bros per il 2027 tra franchise e horror, dove emergeva chiaramente come i grandi studi preferiscano scommettere su brand esistenti piuttosto che sul talento fresco. Del Toro non nomina i numeri di botteghino, ma il suo monito è la stessa identica cosa vista da un’altra angolazione: quando il cinema diventa solo un prodotto da ottimizzare, perde l’unica materia prima che conta, l’intenzione artistica.
L’intelligenza artificiale non è il problema in sé. Lo strumento ha sempre seguito l’uomo. Il problema è chi lo usa per eludere la fatica del mestiere. Non sto parlando di effetti visivi o di colorazione digitale. Sto parlando di scrittura generativa, di casting algoritmico, di scenografie costruite su dataset invece che sulla memoria collettiva. Quando un executive chiede a un’intelligenza sintetica di “trovare il climax emotivo perfetto”, sta già ammettendo di aver perso il vocabolario per dirlo con le parole.
Tra algoritmi e artigianato narrativo
C’è una differenza sostanziale tra automatizzare e sostituire. Automazione significa affidare al computer i passaggi ripetitivi, liberando tempo per le scelte creative. Sostituzione significa credere che un modello linguistico possa capire perché la luce che entra da una finestra rotta in Il labirinto del fauno pesa più di mille dialoghi spiegati. Del Toro lo sa bene. Ha costruito la sua carriera sul dettaglio fisico, sulla texture, sulla presenza tangibile del mito nel quotidiano. Non c’è prompt che regga contro il peso specifico di una maschera di gesso o di un set realizzato con carta pesta e vernice a mano.
Eppure, le case di produzione hanno fame di velocità. Guardano ai costi di pre-produzione che esplodono per i film veri e provano a tagliare l’angolo con la generazione istantanea. Il risultato è un cinema piatto, privo di attrito, dove tutto scorre troppo facile perché nulla è stato davvero faticato. E l’attrito è necessario. È lì che nascono gli errori felici, le improvvisazioni, quei momenti di verità che non si trovano in nessun database addestrato su opere del passato.
La resistenza dell’immaginazione umana
Non credo nel fatalismo tecnologico. Il cinema sopravviverà perché la gente ha ancora fame di storie che sanno di pelle e di sudore. Ma la domanda non è se l’IA possa o meno fare immagini. La domanda è chi dovrà pagare per quelle immagini, e chi verrà cancellato dalla storia del mestiere. Se continuiamo a trattare i registi come manager di contenuti generativi, assisteremo alla morte silenziosa di un’intera cultura visiva.
Del Toro ha ricevuto il premio con la consapevolezza di chi combatte contro una marea che non si vede da terra. La sua lezione è semplice: il cinema non si genera, si costruisce. E finché ci saranno persone disposte a sporarsi le mani di colla, polvere e celluloide, l’analfabetismo cinematografico resterà un’allarme, non una condanna a morte.
“L’arte non è un problema da risolvere con un algoritmo, è una ferita da curare con la pazienza.”
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