Il mostro di Firenze su Netflix: ciak a Roma per la stagione di Pacciani
Netflix avvia le riprese de 'Il Mostro: Pietro Pacciani'. Analisi della svolta narrativa e delle sfide drammaturgiche nella seconda stagione di Stefano Sollima.
Il ciak su Pacciani: quando la cronaca diventa finzione
Netflix ha diramato il ciak ufficiale lo scorso 24 giugno 2026, segnando l’avvio delle riprese di una produzione che non può più essere considerata un semplice prodotto d’appendice. Il Mostro: Pietro Pacciani prende il volo con tre episodi, ma il titolo stesso tradisce già le intenzioni dell’autore. Stefano Sollima e Leonardo Fasoli non tornano per ripetere la formula della stagione precedente, quella che aveva esplorato la pista sarda con un ritmo sospeso e una fotografia di Paolo Carnera capace di trasformare i paesaggi toscani in labirinti psicologici. Qui si cambia registro. Si scende nel fango giudiziario più infetto, quello legato al nome che per due decenni ha dominato le edicole e i telegiornali italiani: Pietro Pacciani. Condannato in primo grado e assolto in appello, ma mai definitivamente scagionato per la morte sopravvenuta, il suo caso resta un nodo gordiano irrisolto. Trasformarlo in narrativa richiede una mano ferma o cedere alla tentazione del sensazionalismo. Sollima, nella sua filmografia, ha sempre preferito la prima strada. Lo si vede già nel modo in cui viene articolato il progetto: produzione Wildside e AlterEgo, regia solida, un approccio che privilegia la ricostruzione dei meccanismi investigativi piuttosto che il voyeurismo sul delitto.
La pista dei Compagni di merende tra verità e labirinto
Scegliere di focalizzarsi sui presunti complici e sulla cosiddetta pista dei Compagni di merende significa accettare una sfida drammaturgica disagevole. Non si tratta più di cercare il colpevole in un vuoto investigativo, ma di analizzare come un’intera comunità abbia costruito una narrativa collaudata attorno a un uomo fragile, isolato e facilmente manovrabile dalle forze dell’ordine. La prima stagione ha vinto il Nastro d’Argento per la miglior Serie Crime non perché avesse risolto l’enigma, ma perché ha mostrato il funzionamento di un apparato giudiziario in tilt, costretto a correre dietro a prove labili mentre il Paese urlava dal divano. Questa nuova ondata fa un passo indietro e poi un salto nel vuoto: ci chiede di guardare a come la verità è stata sacrificata sull’altare della necessità di chiudere un caso che bruciava da anni. Otto duplici omicidi, vent’anni di indagini incrociate, centinaia di pagine processuali. La scelta di concentrarsi sul capitolo più discusso, senza il conforto di una data di uscita ancora definita, è un calcolo narrativo preciso: dare tempo alla parola d’ordine di circolare, affidandosi al peso del nome Sollima e alla solidità dei produttori esecutivi Sonia Rovai, Gina Gardini e Lorenzo Mieli. La narrazione non cercherà colpevoli facili. Cercherà le crepe in cui la giustizia ha lasciato filtrare l’aria viziata dell’opinione pubblica.
Sollima, Carnera e il peso della ricostruzione
Il ritorno di Stefano Sollima alla regia non è un mero espediente commerciale. È una dichiarazione d’intenti. Affiancato da Leonardo Fasoli nella creazione, il regista romano sa che il vero mostro di Firenze non era un uomo in fuga nelle campagne toscane, ma un sistema che ha preferito il processo mediatico a quello penale. Le riprese, iniziate tra Roma e il Lazio con set ricostruiti a Testa di Lepre e Ronciglione, per poi spostarsi in Toscana fino a settembre 2026, non saranno una semplice trasferta turistica. Ogni cornice dovrà respirare la stessa ansia che ha guidato i primi investigatori: un’Italia degli anni Settanta e Ottanta che cerca disperatamente punti fermi in un decennio di piombo e di silenzio. Paolo Carnera alla fotografia è una garanzia: non servirà a rendere le immagini più eleganti, ma a darle una granulosa aderenza alla memoria visiva del periodo. Il cast non è ancora stato annunciato, ma il vero protagonista sarà inevitabilmente l’atmosfera stessa. La tensione narrativa dovrà convivere con la ricostruzione storica senza mai confondersi con essa. È un equilibrio pericoloso. Quando la finzione si sovrappone alla cronaca reale, il pubblico tende a dimenticare che le scene sono state scritte da professionisti della drammaturgia, non dagli atti processuali. Sollima e Fasoli lo sanno bene. Per questo eviteranno i facili colpi di scena televisivi. Preferiranno la lentezza dell’inchiesta, il peso delle carte sbagliate, il rumore sordo di un’opinione pubblica che ha già emesso la sua sentenza prima ancora che partisse il primo gong.
Non esiste finzione più pericolosa di quella che pretende di essere cronaca, quando in fondo l’unica domanda che resta è se la memoria collettiva preferisca un colpevole facile a un enigma irrisolto.
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