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Recensioni

La città dei vivi recensione: Gabbriellini e la vita prima del dolore

Analisi critica de La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini: un film che rifiuta il voyeurismo della cronaca nera per raccontare la quotidianità interrotta di Luca Varani.

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La città dei vivi recensione: Gabbriellini e la vita prima del dolore

Edoardo Gabbriellini non ha bisogno di mostrare il coltello per far sentire il taglio dell’assenza. Presentato in concorso alla sezione Orizzonti della scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia e pronto a varcare le uscite al cinema giovedì 1 ottobre 2026, La città dei vivi compie una scelta narrativa audace: concentrarsi sul prima. Non sul delitto, non sulla deriva criminale di Manuel Foffo e Marco Prato, ma sull’architettura fragile della vita di Luca Varani. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia e sceneggiato dai fratelli D’Innocenzo, rifiuta il voyeurismo della cronaca nera per abbracciare un racconto di formazione interrotto. Troppo spesso il cinema italiano ha confuso la comprensione con la spiegazione, ricorrendo a forzature sociologiche che svuotano i personaggi di ogni umanità. Gabbriellini prende una strada diversa e più pericolosa: ci chiede di guardare in faccia la normalità prima che crolli.

Il peso del prima

La quotidianità non è mai banale quando la si osserva con questo distacco affettuoso ma lucido. Luca naviga tra scelte e coincidenze: un padre adottivo interpretato da Valerio Mastandrea che cerca di colmare vuoti storici, una madre (Simona Senzacqua) sospesa tra il lutto e la presenza quotidiana, una fidanzata (Gaia Merlonghi) che costruisce progetti futuri senza sapere che il tempo è già segnato. Emanuele Maria Di Stefano interpreta questo giovane con una naturalezza disarmante, evitando sia il pietismo sia la stilizzazione da eroe tragico. La sua recitazione respira attraverso gesti minimi: una corsa in metropolitana, un’errata interpretazione di un testo scolastico, lo sguardo perso verso l’orizzonte di Roma Est. La normalità diventa dramma non per mancanza di eventi, ma perché ogni istante che passa si carica di un’anticipazione dolorosa. Il regista usa il formato 1,85:1 non come una gabbia visiva, ma come una finestra stretta su un’adolescenza che cerca la propria direzione senza bussare a porte chiuse. La macchina da presa non insegue la tragedia; registra le esitazioni di un ragazzo che vuole solo trovare il proprio posto nel mondo, mentre il destino ha già segnato il conto.

La quotidianità come antieroe

Gaia Merlonghi emerge come una rivelazione sconcertante per un’esordio. La sua Marta non è un semplice accessorio sentimentale, ma il contrappunto vitale che tiene in vita la narrazione prima del crollo. La giovane attrice porta avanti ogni scena con un’istintività rara, sciogliendo le tensioni in dialoghi che sembrano appunti presi a braccio eppure sono scolpiti nella memoria collettiva. Il suo percorso verso il Nuovo IMAIE alla Mostra di Venezia non è un caso: funziona perché il personaggio non viene mai drammatizzato artificialmente, ma vissuto fino all’ultima respirazione. Di fronte a lei, Simona Senzacqua e Roberta Mattei disegnano figure materne che amano con le armi della paura quotidiana, mentre Michele Valerio Legrottaglie e Giorgio Montaldo appaiono sulla scena solo quando il destino li chiama, privi di qualsiasi patina malevola. L’assenza di colpevoli psicologicamente spiegati è una vittoria scenica: la violenza resta cieca perché la vita non deve mai giustificare ciò che accadrà a La Storta nel 2016. Gabbriellini sa bene che il terrore reale non nasce dai mostri sotto il letto, ma dalla casualità di un incrocio stradale sbagliato.

Tra cronaca e memoria

Il ritmo narrativo avanza senza sosta, mostrando ogni dettaglio prima che il colpo cada. Gabbriellini e gli sceneggiatori non accreditati costruiscono una galleria di momenti sospesi, dove il rischio non è mai annunciato da segnali cinematografici convenzionali. Quando la violenza arriva, lo spettatore ha già investito emotivamente abbastanza da sentire il vuoto non come un evento esterno, ma come un’assenza fisica. Il film non chiede di capire l’incomprensibile; chiede di ricordare il volto di chi è stato rubato al futuro. In un panorama cinematografico che spesso cerca dipendenze di genere o riscatti morali, questa è una delle rare opere che osa lasciare il tempo sospeso. La pellicola chiude il cerchio senza offrire risposte facili, lasciando allo sguardo del pubblico il compito di riempire le stanze vuote.

Il cinema italiano ha spesso confuso la cronaca con la storia. Gabbriellini ci ricorda che la vera ferita non sta nel sangue versato, ma nel silenzio che resta dopo che la porta si è chiusa per l’ultima volta.

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#La città dei vivi #Edoardo Gabbriellini #Emanuele Maria Di Stefano #Gaia Merlonghi #Nicola Lagioia

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