La fragilità al Lido: recensione di 15/18 di Cédric Kahn
Recensione di A Place to Heal di Cédric Kahn al Lido. Un ritratto corale e spietato del malessere giovanile tra psichiatria e società.
Venezia non ha mai avuto paura di mostrare le ferite aperte della società contemporanea. Basta guardare la selezione di questa edizione per rendersene conto: mentre il Lido continua a interrogarsi sul suo ruolo nel panorama culturale globale, Cédric Kahn porta in concorso un’opera che taglia dritto al cuore del problema. 15/18, distribuito a livello internazionale come A Place to Heal, non è un film consolatorio. Chi cerca catarsi può girare pagina. È una radiografia cruda, talvolta sgradevole, ma inevitabilmente necessaria, di adolescenti intrappolati in un reparto neuropsichiatrico pubblico francese. Kahn, regista che ha sempre fatto delle crisi e dei meccanismi di controllo il suo terreno di coltura, qui sposta il miratore dalla manipolazione politica alla violenza domestica e sociale. Il risultato è un’opera che non chiede permesso per mostrare ciò che la società preferirebbe dimenticare.
Il peso delle istituzioni e il cinema francese
C’è una tradizione nel cinema francese che tende a essere sottovalutata all’estero: la capacità di infilarsi nelle pieghe delle istituzioni pubbliche senza cadere nel documentarismo asettico né nella denuncia retorica. Kahn si inserisce in questa scia con una precisione chirurgica. Non racconta un ospedale generico, ma l’unità 15/18, un reparto neuropsichiatrico pubblico francese per adolescenti che funge da luogo di confine tra infanzia e vita adulta. Il dramma non nasce dalla malavita o dalle aule scolastiche, ma da questa stanza bianca, asettica, dove la pulsione di morte si mescola alla vitalità disperata dei ragazzi. Il film allarga lo sguardo sulle origini del malessere, puntando il dito contro un egoismo genitoriale sempre più diffuso e una società che ha smesso di educare per limitarsi a gestire i danni. È un’analisi spietata, ma fondata su una realtà che i numeri clinici confermano ogni giorno.
Centimetri emotivi tra cura e distanza
La vera sfida del film risiede nel modo in cui Kahn gestisce la relazione tra chi cura e chi è curato. Non si tratta di un abbraccio terapeutico immediato, ma di un equilibrio precario. Si gioca tutto su centimetri emotivi: la distanza deve essere abbastanza sottile da contenere il caos, ma abbastanza mobile da sciogliersi quando serve, fino a diventare un contatto umano necessario. Il dottor Étienne, interpretato dallo stesso Kahn, non è un salvatore in camice bianco. È un professionista che oscilla tra il rigore clinico e la stanchezza di chi vede ripetersi le stesse tragedie. La sua presenza funge da perno, ma il regista sa bene quando ritirarsi. I giovani pazienti occupano lo schermo con una fisicità che non ammette intermediari. Ci sono ragazzi che vivono nel corpo sbagliato, altri che urlano in stanza protetta per giorni, un giovane che ha pugnalato un infermiere in uno scatto di rabbia pura, una paziente che si nutre solo del desiderio di essere notata dai genitori assenti. Nessun personaggio è un archetipo. Sono ferite aperte che cercano un nome.
Un ritratto corale che non risparmia nulla
Il titolo originale, 15/18, non è solo una fascia d’età. È il nome dell’unità, e funziona come un promemoria continuo: l’adolescenza non è un problema da risolvere, è un momento in cui il sistema crolla se non lo si sostiene. Kahn evita la retorica della guarigione facile. La frase che risuona nel reparto, «Non esistono matti, esistono giovani fragili che hanno bisogno di sostegno», non è un mantra ottimista. È un dato di fatto clinico e politico. Il film non offre soluzioni, ma mostra con una lucidità quasi spietata come la carenza affettiva si trasformi in sintomo. La violenza, il rifiuto del cibo, i deliri o l’isolamento sono lingue diverse per dire la stessa cosa: siamo soli. E se ci si guarda intorno al Lido, dove Mr. Nelson di Shinya Tsukamoto racconta un altro tipo di trauma, quello dei veterani che cercano di ricucire il rapporto con la realtà dopo la guerra, emerge una costellazione narrativa precisa. Il disagio non è mai locale. È strutturale.
Kahn ha girato un film che potrebbe stancare chi cerca evasione, ma che è indispensabile per chi vuole capire dove stiamo andando come specie. Non è perfetto in ogni sua inquadratura, e a tratti la densità dei personaggi rischia di appesantire il respiro della narrazione. Ma è onesto. E nel cinema contemporaneo, l’onestà è già un atto rivoluzionario.
“La fragilità non è una debolezza da correggere. È il segnale che il mondo intorno a noi ha smesso di fare il suo lavoro.”
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