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La Gradiva di Marine Atlan tra Cannes e Alice nella città: il peso delle rovine e la frattura adolescente

La Gradiva di Marine Atlan arriva ad Alice nella città dopo il Grand Prix di Cannes. Analisi del film tra rovine, desiderio e regia a più voci.

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La Gradiva di Marine Atlan tra Cannes e Alice nella città: il peso delle rovine e la frattura adolescente

Dove la kermesse capitolina si configura non come semplice vetrina ma come laboratorio curatoriale, è inevitabile spostare il focus su una delle sue antenne più acute: Alice nella città. Qui arriva La Gradiva, opera prima di Marine Atlan, già vincitrice del Gran Premio della Semaine de la Critique alla 79ª edizione di Cannes e in proiezione dal 12 novembre nelle sale italiane con Fandango Distribuzione. Il film non arriva per caso: arriva perché il circuito ha smesso di cercare il miracolo dell’indie e inizia a riconoscere chi costruisce grammatiche nuove senza chiedere il via libera ai distributori consolatori.

E’ uno sviluppo di quanto emerso in Festa del cinema di Roma 2026: tra mostre, anteprime e il peso dei riconoscimenti.

Tra rovine e desiderio: la geografia di un esordio

Il film segue una classe di liceali francesi durante un viaggio di istruzione che si trasforma progressivamente in uno scivolamento verso l’ignoto. Non è un semplice racconto di formazione: è lo studio di come la giovinezza cerchi di colmare il vuoto attraverso narrazioni costruite in situ. Atlan ha spiegato con lucidità chirurgica il meccanismo narrativo: «Le persone hanno bisogno di compensare la mancanza attraverso fantasie, storie e c’è qualcosa di bello in questo attrito tra una realtà sfuggente e il bisogno umano di soddisfarla». Il titolo rimanda direttamente alla novella del 1903 di Wilhelm Jensen, attraversata poi da Freud, Breton e Dalí. Ma Atlan non si limita a citare la teoria psicanalitica o surrealista: sposta l’asse sul corpo delle rovine come specchio attivo. «Quando sono andata a Pompei, ho percepito l’impatto poetico di questo territorio che mantiene un rapporto molto tangibile con la morte, il che, chiaramente e paradossalmente, genera una vitalità molto potente. Non si tratta solo di Pompei: è anche il Sud Italia, una terra familiare e festosa, con il suo rapporto con i riti, con la fede. Napoli è una città difficile da filmare perché è densa e complessa: è una città a strati; lì, tutte le epoche sono visibili». La regia affida a questo strato temporale il compito di agire da detonatore. I protagonisti, interpretati da Antonia Buresi, Colas Quignard, Suzanne Gerin e Mitia Capellier-Audat, non recitano dentro un dramma scritto: attraversano un paesaggio che li attraversa.

Il peso del riconoscimento e il lavoro di regia a più voci

Costruire un film del genere richiede una regia a più voci, e Atlan non si nasconde dietro la figura tradizionale del regista onniveggente. Accanto alla direzione, firma la sceneggiatura con Anne Brouillet e, con Pierre Mazoyer, la fotografia, in una produzione di Les Films du Poisson e Arte France Cinéma con la partecipazione italiana di Bibi Film di Angelo Barbagallo. La fotografia non documenta: interroga. In un periodo in cui i festival tendono a premiare l’opera prima come garanzia di freschezza, il Grand Prix ottenuto alla Semaine de la Critique conferma che Cannes ha ancora lo stomaco per le voci che rifiutano la grammatica consolidata. Atlan non chiede permesso perché sa già che la sua lingua è fatta di attrito visivo e di silenzi necessari. Il cast giovanile non è scelto per il suo volto da copertina, ma per la capacità di restituire un’adolescenza che non cerca conforto nei dialoghi, ma nella rottura. La narrazione procede verso una frattura irreversibile proprio come avviene quando le certezze scolastiche si scontrano con la materia informe del passato. Non c’è retorica della scoperta: c’è solo il peso fisico delle pietre e il calore di un Sud che non è sfondo, ma personaggio.

Alice nella città come termometro del futuro

Portare La Gradiva ad Alice nella città significa inserirla in una selezione che non si accontenta di accogliere i giovani autori come numi tutelari del futuro. Il festival parallelo alla Festa del Cinema di Roma funziona come un banco di prova per le voci che costruiscono il cinema europeo senza chiedere il via libera ai circuiti consolatori. In questo senso, la programmazione conferma che la selezione curatoriale deve costantemente scegliere tra l’urgenza narrativa e la comodità tecnica. Atlan non offre soluzioni: offre domande visive. La sua opera prima dimostra che il cinema contemporaneo può ancora parlare di desiderio, memoria e morte senza cadere nel sentimentalismo o nel cinismo da boutique culturale. Se le sale italiane accoglieranno questo film con la stessa attenzione riservata alle anteprime mondiali, non starà a celebrare un miracolo dell’indie europeo, ma a riconoscere che il futuro del cinema si costruisce dove il regista smette di spiegare e inizia a mostrare.

Non esiste cinema più urgente di quello che costringe lo spettatore a uscire dalla sala con la consapevolezza che il mondo fuori è ancora da scrivere, non da incorniciare.

Tag

#La Gradiva #Marine Atlan #Cannes 2026 #Alice nella città #Festa del cinema di Roma

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