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Festival

La ricezione di Naza alla 83ª Mostra tra istituzioni e aule scolastiche

Analisi critica e ufficiale del documentario di Abraham e Szor al Lido, tra Segnalazione Unicef, Leoncino a Tsukamoto e il peso pedagogico della rassegna.

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La ricezione di Naza alla 83ª Mostra tra istituzioni e aule scolastiche

Dopo la tempesta di Sala Grande, è tempo di misurare le onde. Come ho già rilevato in Naza e il peso della sala: record di applausi e prime impressioni a Venezia, la proiezione ha funzionato come un sismografo improvviso, registrando le fenditure che l’edizione stava cercando di tamponare con il tappeto rosso. Ma il Lido non è solo un palcoscenico per le emozioni immediate; è anche un organismo amministrativo che deve tradurre il clamore in verbale. Oggi tocchiamo la carne viva della ricezione istituzionale e critica, dove il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor smette di essere un evento passeggero per diventare un termine di paragone.

La conferma ufficiale

Il cinema commerciale vive di anteprime e hype; il cinema d’indagine vive di verbali e riconoscimenti formali. L’inserimento di Naza nella selezione in extremis è stato definito un atto di responsabilità, e la Biennale ne ha pagato i conti con precisione burocratica. La Segnalazione Cinema for Unicef non è un premio di consolazione per le minoranze etiche; è un atto di allineamento tra l’istituzione e il bisogno urgente di alfabetizzazione visiva. La motivazione ufficiale punta dritta al cuore della tecnica dei registi: l’uso dell’intervista come strumento di smascheramento, non di intrattenimento. Quando un festival sceglie di premiare la freddezza metodologica invece del pathos melodrammatico, sta facendo una dichiarazione di guerra alla pigrizia dello spettatore domestico. Il film non chiede permesso perché il suo metodo è già una risposta: l’uso delle immagini delle case di Tel Aviv per mostrare il contrasto tra l’agio e la distruzione. È la dimostrazione che a volte basta far sedere dei funzionari in una stanza buia per costruire un monumento alla verità fattuale.

Il verdetto dei giovani

Se l’istituzione principale abbraccia la forma, il futuro lo misura in aula. La Giuria David Giovani, coordinata da Giulia Serinelli e composta da un rappresentante per ogni regione italiana, ha assegnato il Leoncino d’Oro a Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka? di Shinya Tsukamoto. La scelta è coerente con la natura pedagogica del progetto, promosso dal Ministero della Cultura e da quello dell’Istruzione e del Merito, ma rivela una sintonia interessante con il clima della rassegna. I ragazzi non hanno premiato l’effetto shock, ma la capacità di ritrarre «quella spregiudicata violenza che è il fattore comune delle guerre di ogni tempo» e di trasmettere il rifiuto verso la logica imperialista del conflitto. È una motivazione tecnica, sì, ma carica di un’urgenza che spesso manca alle giurie adulte. Gli studenti hanno riconosciuto in Tsukamoto lo stesso meccanismo che Abraham e Szor hanno smontato: la guerra non è mai uno spettacolo eroico, ma un processo di usura della coscienza. Premiare l’alternarsi frenetico delle immagini e dei suoni come strumento di immersione nella coscienza del protagonista significa aver capito che il cinema di denuncia deve essere un laboratorio, non una predica.

Tra palcoscenico e aula

Il dibattito su Naza oscilla tra due poli: la sala buia che ha trattenuto il fiato per venticinque minuti e l’aula scolastica che ne programma già le proiezioni. Ghali non a caso ha dichiarato: «Dovrebbero vederlo tutti», riconoscendone la funzione civile. Il documentario non è nato per essere digerito dal circuito delle feste del cinema; è nato per essere studiato, smontato e discusso. La giuria internazionale avrà il compito di valutare se questa opera riesca a vincere il Leone d’oro senza piegarsi alle logiche della rappresentazione diplomatica, ma il verdetto finale non arriverà dai tavoli dei commissari. Arriverà dalla capacità del cinema contemporaneo di smettere di confondere la profondità con il rumore. Non è un film per addormentare le coscienze. È un righello infallibile che misura la distanza tra lo schermo e la realtà, e costringe chi guarda a prendere posizione prima ancora che i titoli di coda scendano.

Il cinema non serve a dare risposte, ma a insegnare a vivere con le domande sbagliate.

Tag

#Naza #Venezia 83 #Yuval Abraham #Rachel Szor #Shinya Tsukamoto

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