Scarica ora
Anticipazioni

L'essere amato, il nuovo Sorogoyen sfida il peso del sangue e delle telecamere

Il trailer di L'essere amato svela la discesa implacabile di Rodrigo Sorogoyen nel terreno scivoloso della memoria familiare e del colonialismo.

DevShifters
L'essere amato, il nuovo Sorogoyen sfida il peso del sangue e delle telecamere

L’immagine si apre sul silenzio di Fuerteventura, eppure è assordante. Rodrigo Sorogoyen non ha bisogno di didascalie o partiture orchestrali per annunciare che stiamo entrando nel suo territorio: un paesaggio desolato dove la sabbia nasconde più scheletri dei fossili del Sahara. Il trailer di L’essere amato (titolo originale El Ser Querido) funziona come una morsa. Non promette rivoluzioni narrative, ma scava in profondità, là dove il cinema spagnolo ha sempre eccelso: nella dissezione implacabile delle famiglie che si distruggono per amore o per pura sopravvivenza. Lo spettatore viene condotto direttamente al centro del conflitto senza preamboli. Curiosamente, mentre i trailer contemporanei tendono a regalarci il climax per paura che il pubblico distolga lo sguardo, Sorogoyen ci offre l’anticamera del crollo. È un atto di fede nella pazienza dello spettatore, o forse solo la sua ormai consolidata arroganza autoriale.

Il peso della menzogna e la fotografia del disfacimento

Sorogoyen porta il progetto in concorso a Cannes, e lo fa senza abbellimenti. La sua regia, già sperimentata in opere come il lungometraggio Stockholm e la miniserie Dieci capodanni, qui si misura con una durata di centotrentacinque minuti che non spreca un solo fotogramma. Il regista spagnolo sa che il vero conflitto non è mai fuori campo. Lo ha dimostrato con Stockholm del 2013, quando trasformò una notte d’incontro tra due sconosciuti in un duello di seduzione, bugie e controllo, e con As Bestas, dove il paesaggio rurale divenne un antagonista silenzioso e letale. In L’essere amato, il terreno di battaglia è lo schermo stesso. La pellicola che Esteban gira si chiama Desierto e racconta il colonialismo spagnolo nel Sahara degli anni Trenta, ma la vera storia è quella che accade tra le quinte: i rancori, le omissioni, la guerra fredda di chi deve recitare il ruolo del padre mentre dentro crolla tutto. La fotografia asciutta, quasi documentaristica, non indulge al melodramma. Preferisce gli sguardi laterali, i momenti in cui Bardem smette di parlare e lascia che il vuoto faccia da contrappunto. È una scelta rigorosa che costringe lo spettatore a leggere tra le righe, accettando che il cinema nel cinema non sia un espediente narrativo, ma uno specchio distorto delle verità che rifiutiamo di pronunciare. Il montaggio del trailer, frammentato e privo di una colonna sonora invasiva, conferma questa direzione: il suono è ridotto al minimo, lasciando spazio solo al respiro affannoso dei personaggi e al fruscio del vento sulle dune.

Bardem, Luengo e il teatro delle ferite irrisolte

Javier Bardem non ha bisogno di presentazioni, ma qui indossa l’armatura del regista arrogante con una disinvoltura inquietante. Il trailer ci mostra un uomo che comanda le inquadrature come se potesse comandare anche il passato, eppure la sua postura tradisce la fatica di trattenere qualcosa che sta per scoppiare. Al suo fianco, Victoria Luengo interpreta Emilia, la figlia che lui ritrova dopo tredici anni di distanza per scritturarla nel proprio film. La chimica tra i due non si annuncia negli abbracci o negli insulti frontali, ma nei silenzi pesanti, negli occhi che si incrociano senza mai toccarsi davvero. È il tipo di recitazione che sopravvive al montaggio: lenta, corrosiva, inevitabile. Marina Foïs e Raúl Arévalo completano un cast che vive di sottrazioni più che di aggiunte. Nessuno urla per convincere; ognuno cerca di sopravvivere alla narrazione costruita dall’altro. Quando il cinema si occupa di memoria familiare, il rischio è sempre scivolare nella patetica nostalgia o nel sentimentalismo di circostanza. Qui la deriva viene impedita da un rigore formale che non perdona le emozioni facili. Sorogoyen sembra aver studiato a fondo la grammatica del disfacimento: ogni piano è una prova a carico, ogni dialogo un’accusa velata.

Verso l’uscita di novembre: un thriller intimo o un dramma storico?

L’indicazione di Movies Inspired per l’uscita italiana il 12 novembre 2026 posiziona il film in un momento cruciale per il cinema d’autore spagnolo. Dopo anni di produzioni ibride tra televisione e grande schermo, Sorogoyen torna al lungometraggio cinematografico con la consapevolezza di chi ha già visto il peggio delle istituzioni e delle ideologie che le sostengono. Il trailer non vende un’azione sfrenata né una rivelazione finale a sorpresa. Vende un confronto, lento come l’alta marea che erode gli scogli. Il voto di MYmovies, che si attesta intorno al 4,28 su cinque stelle, preannuncia già un film che non cercherà la complicità del pubblico facile, ma la sua attenzione scomoda. Non è un dramma storico ambientato nel passato coloniale, né un thriller psicologico puro. È un esame di coscienza visivo, dove ogni piano è una prova a carico. Chi ha seguito il percorso di Sorogoyen sa che il vero mostro non abita mai negli angoli bui, ma nella luce accecante di ciò che decidiamo di chiamare amore o dovere. Attendere novembre 2026 sarà un test di pazienza, ma anche la garanzia che le grandi opere non si costruiscono in fretta.

“A volte il cinema non serve a mostrare la verità, ma a dimostrare che l’abbiamo vista e abbiamo scelto di voltare lo sguardo.”

Tag

#Rodrigo Sorogoyen #L'essere amato #Javier Bardem #Cinema spagnolo #Anticipazioni

Condividi