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Recensioni

L’isola dei ricordi: DreamWorks e la bellezza della memoria grezza

L'isola dei ricordi di DreamWorks: recensione critica sull'animazione imperfetta, il folklore filippino e il ritorno all'intimità narrativa contro la perfezione algoritmica.

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L’isola dei ricordi: DreamWorks e la bellezza della memoria grezza

Dopo anni di sequel calibrati sui focus group, DreamWorks torna a scommettere sull’imperfetto, sul gesto grezzo e su una memoria che si sgretola tra le dita. L’isola dei ricordi, il lungometraggio che calcherà i pavimenti delle sale italiane giovedì 24 settembre e firmato a quattro mani da Joel Crawford e Januel Mercado, pone qui la posta in gioco non più epica ma intima: due adolescenti filippine degli anni Novanta, Jo e Raissa, cadono in un arcipelago mistico, Nakali, che si nutre di ricordi dimenticati. La creatura che le insegue, il Manananggal, non è un semplice spauracchio da monster movie, ma la materializzazione della paura di dimenticare chi ci ha plasmati. Il risultato è un film che respira, a tratti con affanno, ma sempre con dignità.

Il contesto lo avevamo gia’ delineato in L’isola dei ricordi: tra anime e nostalgia, DreamWorks riscrive il patto con il pubblico.

Un ritorno all’imperfetto

Dietro questa respirazione c’è il lavoro meticoloso di Sean Sexton, capo animatore in quel ruolo da ventiquattro anni. La sua carriera è un archivio vivente dello studio, ma in questo progetto Sexton rinuncia al realismo anatomico a tutti i costi. Parla esplicitamente di caricature con cuore e credibilità, una formula che in bocca ad altri suonerebbe come un mantra da convention, ma che qui si traduce in un’osservazione chirurgica. I personaggi non vengono bloccati su griglie digitali perfezioniste. Il loro peso corporeo, la respirazione, l’esitazione prima di prendere una decisione: tutto è costruito sulla tradizione del disegno animato classico fusa con il ritmo frenetico dell’anime giapponese. Non è un pastiche estetico. È un riconoscimento che l’emozione non nasce dalla simmetria, ma dallo squilibrio controllato. Quando H.E.R. e Liza Soberano danno voce alle protagoniste, con Giulia Vecchio e Alessandro Tiberi nel cast italiano nei panni dei personaggi secondari Batiba e Raww, si sente il fruscio di una maglietta sudata, il cambio di tono quando una promessa sta per infrangersi. È animazione come atto di resistenza contro la perfezione algoritmica che oggi domina i render farm.

L’isola come specchio delle radici

La narrazione non si perde in digressioni didattiche sul potere della memoria. Crawford e Mercado sanno bene che le favole funzionano solo se credute, non se spiegate. L’isola di Nakali opera secondo una logica onirica precisa: i ricordi non sono archivi statici, ma risorse finite che si consumano nel tempo, proprio come l’amicizia che richiede manutenzione attiva. La sceneggiatura evita la trappola del sentimentalismo facile privilegiando, invece, l’ironia di gruppo e i ritmi delle feste popolari come collante narrativo. Le Filippine degli anni Novanta non sono uno sfondo turistico, ma un motore culturale: le feste di barrio, il rumore dei jeepney, la densità dell’aria umida diventano parte della grammatica visiva. Anche quando la trama si fa più oscura, l’estetica non tradisce mai la leggerezza delle origini. Il montaggio di James Ryan e la partitura di Nathan Matthew David tengono insieme questi fili con una pazienza rara. Non c’è bisogno di spiegare perché Jo e Raissa debbano ricongiungersi: il film lo mostra attraverso il linguaggio del corpo, i silenzi, gli oggetti dimenticati sotto il letto. Come recita la sinossi ufficiale, l’opera non si limita a scavare nella memoria, ma racconta quei legami profondi che contribuiscono nel tempo a renderci esattamente le persone che siamo oggi.

Contro la perfezione algoritmica

L’isola dei ricordi non è privo di difetti. A volte la trama si affanna a legare i nodi simbolici con troppa fretta, e il terzo atto cede parzialmente alla logica del blockbuster per necessità distributive. Ma questi sono vizi di costruzione che non intaccano l’anima dell’opera. DreamWorks ha finalmente smesso di inseguire la perfezione visiva a scapito della personalità. Questo film funziona perché accetta di essere grezzo, rumoroso e profondamente umano nelle sue imperfezioni. Il vero test arriverà quando lasceremo le poltrone: se ci si siede con la mente aperta, senza cercare metafore nascoste o lezioni morali, si scoprirà che l’animazione può ancora essere un atto di intimità collettiva.

Un mostro che ruba i ricordi è molto più pericoloso di uno che li cancella: il primo ti lascia il vuoto, il secondo ti convince che il vuoto non sia mai esistito. Speriamo che le sale restino un luogo dove il vuoto possa essere finalmente riempito.

Tag

#DreamWorks Animation #L'isola dei ricordi #Cinema d'animazione #Joel Crawford #Januel Mercado

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