Scarica ora
Recensioni

L'isola dei ricordi: tra anime e nostalgia, DreamWorks riscrive il patto con il pubblico

Recensione di L'isola dei ricordi: regia, animazione di Sexton e ritorno a un cinema d'animazione che sceglie l'anima sulla perfezione algoritmica.

DevShifters
L'isola dei ricordi: tra anime e nostalgia, DreamWorks riscrive il patto con il pubblico

DreamWorks sembra aver finalmente compreso che la perfezione digitale è una trappola narrativamente sterile. Dopo anni di sequenze che sembrano uscite da un render farm iper-sterilizzato, lo studio torna a scommettere sull’imperfetto, sul gesto grezzo, sulla memoria che si sgretola tra le dita. Il lungometraggio firmato Joel Crawford e Januel Mercado non è una svolta filosofica, ma un atto di fiducia tecnica ed emotiva. Qui, la posta in gioco si fa più intima: due adolescenti filippine degli anni Novanta, Jo e Raissa, cadono in un arcipelago mistico, Nakali, che si nutre di ricordi. La creatura che le insegue, il Manananggal, non è un semplice mostro da monster movie, ma la materializzazione della paura di dimenticare chi ci ha plasmati. Il risultato è un film che respira, a tratti con affanno, ma sempre con dignità.

Il peso del gesto e la matrice di Sexton

Dietro questa respirazione c’è il lavoro silenzioso e meticoloso di Sean Sexton, capo animatore al ruolo da ventiquattro anni. La sua carriera è un archivio vivente dello studio: dai layout di Futurama ai personaggi di I Croods, fino alle acrobazie di Il gatto con gli stivali 2. In questa pellicola, Sexton non cerca il realismo anatomico a tutti i costi. Parla esplicitamente di caricature con cuore e credibilità, una formula che in bocca ad altri suonerebbe come un mantra da convention, ma che qui si traduce in un’osservazione chirurgica. I personaggi non vengono bloccati su griglie digitali perfezioniste. Il loro peso corporeo, la respirazione, l’esitazione prima di prendere una decisione: tutto è costruito sulla tradizione del disegno animato classico fusa con il ritmo frenetico dell’anime giapponese. Non è un pastiche estetico. È un riconoscimento che l’emozione non nasce dalla simmetria, ma dallo squilibrio controllato. Quando H.E.R. e Liza Soberano danno voce alle protagoniste, tradotte in italiano da Giulia Vecchio e Alessandro Tiberi, si sente il fruscio di una maglietta sudata, il cambio di tono quando una promessa sta per infrangersi. È animazione come atto di resistenza contro la perfezione algoritmica che oggi domina i render farm.

Folklore come architettura emotiva

La narrazione non si perde in digressioni didattiche sul potere della memoria. Crawford e Mercado sanno bene che le favole funzionano solo se credute, non se spiegate. L’isola di Nakali opera secondo una logica onirica precisa: i ricordi non sono archivi statici, ma risorse finite che si consumano nel tempo, proprio come l’amicizia che richiede manutenzione attiva. Il Manananggal che le insegue è la personificazione di questa perdita, un mostro che strappa il passato per riempire il vuoto del presente. La sceneggiatura evita la trappola del sentimentalismo facile privilegiando invece l’ironia di gruppo e i ritmi delle feste popolari come collante narrativo. Le Filippine degli anni Novanta non sono uno sfondo turistico, ma un motore culturale: le feste di barrio, il rumore dei jeepney, la densità dell’aria umida diventano parte della grammatica visiva. Anche quando la trama si fa più oscura, l’estetica non tradisce mai la leggerezza delle origini. Il montaggio di James Ryan e la partitura di Nathan Matthew David tengono insieme questi fili con una pazienza rara. Non c’è bisogno di spiegare perché Jo e Raissa debbano ricongiungersi: il film lo mostra attraverso il linguaggio del corpo, i silenzi, gli oggetti dimenticati sotto il letto.

Verdetto da sala

L’isola dei ricordi non è privo di difetti. A volte la trama si affanna a legare i nodi simbolici con troppa fretta, e il terzo atto cede parzialmente alla logica del blockbuster per necessità distributive. Ma questi sono vizi di costruzione che non intaccano l’anima dell’opera. DreamWorks ha finalmente smesso di inseguire la perfezione visiva a scapito della personalità. Questo film funziona perché accetta di essere grezzo, rumoroso e profondamente umano nelle sue imperfezioni. Esce in sala giovedì 24 settembre, ma il vero test sarà vederlo proiettare le ombre dei personaggi sullo schermo buio. Se ci si siede con la mente aperta, senza cercare metafore nascoste o lezioni morali, si scoprirà che l’animazione può ancora essere un atto di intimità collettiva.

Un mostro che ruba i ricordi è molto più pericoloso di uno che li cancella: il primo ti lascia il vuoto, il secondo ti convince che il vuoto non sia mai esistito. Speriamo che le sale restino un luogo dove il vuoto possa essere finalmente riempito.

Tag

#DreamWorks #L'isola dei ricordi #Sean Sexton #Joel Crawford #Animazione

Condividi