Lucca film festival 2026: tra opere prime, territorio e il peso di una città che fa cinema
Il XXII Lucca Film Festival torna con un focus sulle nuove voci del cinema italiano. Analisi della selezione, dei giovani registi e del legame tra pellicole e territori toscani.
Non serve aspettare settembre per sentire il fruscio delle bobine a Lucca. Da quando Nicola Borrelli ha fondato questo festival nel 2005, la città ha smesso di essere un semplice palcoscenico per grandi nomi e si è trasformata in un laboratorio dove il cinema italiano va a respirare. La ventiduesima edizione, che si svolgerà dal 26 settembre al 4 ottobre, conferma questa vocazione senza retorica: dodici lungometraggi, dodici cortometraggi in concorso internazionale, ingresso gratuito ma prenotazione obbligatoria, e un programma che non chiede permesso per esistere. Come ha giustamente sottolineato il sindaco Mario Pardini, non si tratta più di un festival che si svolge a Lucca, ma di un festival di Lucca. La differenza è sostanziale: qui la città non subisce il cinema, lo genera.
Il cuore pulsante di settembre: Lucca si riprende
La politica dei posti liberi fino a esaurimento, con prenotazione accessibile fino a tre ore prima delle proiezioni, può sembrare un gesto di generosità o una sfida logistica. In realtà è una dichiarazione d’intenti. In un’epoca in cui i grandi festival si sono trasformati in fiere VIP con code blindate e accessi riservati, Lucca scommette sulla prossimità. Le proiezioni si sposteranno tra Cinema Centrale, Complesso San Micheletto, Musa Pietrasanta e Piazza San Francesco, creando un circuito che obbliga il pubblico a camminare, incrociare sguardi e discutere prima ancora della prima scena. È una lezione di cinema pubblico che ricordiamo con nostalgia anche guardando al circuito estivo italiano, dove Taormina e Ischia hanno cercato per anni lo stesso equilibrio tra apertura e protezione del territorio. Qui, però, l’equilibrio è strutturale, non temporaneo.
La scommessa sulle opere prime e i giovani registi
Il vero motore di questa edizione risiede nella selezione delle nuove voci. Non si tratta di una sezione laterale dedicata alla buona volontà, ma del cuore pulsante della rassegna. In un panorama come quello attuale, dove le opere prime faticano a trovare distribuzione e i festival tendono a premiare la già consolidata esperienza, Lucca mantiene viva la memoria di quando il cinema si misurava con l’ignoto. La giuria per i cortometraggi, guidata da Jaco Van Dormael e composta da Valia Santella, Alex Infascelli e Veronica Lucchesi, è un segnale chiaro: si cerca uno sguardo contemporaneo, non nostalgico. Parallelamente, la sezione Lucca Film Festival for Future presenta dieci cortometraggi under 35 sul futuro ambientale e sociale. Titoli come Puturno, ambientato a Castelluccio di Norcia, e Le Cicale, che intreccia Liguria e Marocco, dimostrano che la generazione più giovane non guarda al cinema come evasione, ma come strumento di indagine civica. È un percorso che ricorda l’impegno civile ed educativo del Giffoni Film Festival 2026, ma con una grammatica visiva più cruda e meno didascalica.
Cinema italiano e territori: non solo location ma identità
Il rapporto tra produzioni e territorio è spesso trattato come un mero vantaggio fiscale o estetico. A Lucca, invece, emerge come condizione narrativa. La chiusura affidata a Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino nel ruolo principale non è un caso. Ambientato nel Seicento e girato in Toscana, il film porta sullo schermo paesaggi che non sono sfondi, ma personaggi attivi. Questo approccio si riflette in tutta la selezione: Rider, diretto da Davide Pavanello e Roan Johnson con Lorenzo Aloi al centro, riceve il Premio Nuovi Protagonisti non per una recitazione perfetta, ma perché il film interroga lo spazio come condizione esistenziale. Il cinema italiano ha bisogno di meno set costruiti in affitto e più dialoghi con i luoghi che li ospitano. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sostiene economicamente questa visione, ma è l’amministrazione comunale a riconoscere che un film girato in una provincia non è mai solo un prodotto locale: è un documento antropologico su come si abita il paese.
Ospiti d’eccezione e la memoria del festival
Non si può parlare di Lucca senza fare i conti con i giganti che hanno scelto di tornare. Liliana Cavani e Nanni Moretti riceveranno il Premio alla Carriera, mentre Gordon Getty sarà onorato per il suo percorso trasversale tra produzione indipendente e mecenatismo del cinema d’autore. Accanto a loro, Julian Schnabel, Nicolas Winding Refn, Silvio Orlando, Giancarlo Giannini e la stessa Franca Squarciapino (giuria lungometraggi insieme a Šarūnas Bartas e Michele Riondino) confermano che il festival è ancora un punto di riferimento per chi sa distinguere tra rumore mediatico e sostanza autoriale. Ricordiamo quando David Lynch o Oliver Stone hanno calpestato queste piazze; oggi la sfida non è più attrarre i grandi nomi, ma dimostrare che possono trovare qui qualcosa che a Venezia o a Toronto non trovano: concretezza. Il concorso assegnerà il Premio del Pubblico votato in sala, e l’idea resta valida perché ricorda che lo spettatore non è un dato statistico, ma un interlocutore.
In un circuito festivaliero sempre più affollato di anticipazioni commerciali e premi di consolazione, Lucca Film Festival 2026 continua a fare l’unico lavoro che conta: tenere viva la curiosità. Perché il cinema non muore quando manca il budget o le stelle, ma quando dimentica che ogni opera prima è una ferita aperta sulla realtà. E in questo senso, nessuna grande rassegna internazionale può ancora battere una città che ha scelto di restare a misura umana.
Il cinema è un’arte che si misura nei silenzi che sa lasciare tra le righe del copione, non nelle urla che impone ai cartelloni.
Tag
Condividi