Maurizio Nichetti a Pesaro 2026: l'ottimismo come atto di resistenza
La 62ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema celebra il regista con un premio, una retrospettiva completa e la proiezione di Ratataplan.
La retrospettiva che si gode in vita
Pescare i premi nella stagione estiva significa spesso accontentarsi di cerimonie a porte chiuse o di comunicati stampa spediti con settimane di anticipo. Stavolta la direzione della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema ha scelto una strada diversa, e non per un generoso impulso sentimentale. Maurizio Nichetti riceve il premio Pesaro Nuovo Cinema mentre è ancora in piedi, attivo e capace di rispondere alle domande. La sua battuta è asciutta ma nasconde un punto preciso: le retrospettive sono solitamente riti funebri organizzati decenni dopo la scomparsa di un autore. Chiedere a chi è ancora in grado di produrre di raccogliere i frutti della propria ricerca è un gesto raro, quasi scandaloso per un sistema che preferisce canonizzare solo quando il soggetto ha smesso di creare.
La logica del museo morto domina ormai ogni rassegna importante. Si allestiscono percorsi tematici, si pubblicano monografie costose, si invitano critici a parlare di un cinema che non esiste più perché l’autore è ritirato o defunto. Nichetti rifiuta questa narrazione. La retrospettiva non è un rito funebre, ma un cantiere aperto. Il suo intervento al Festival del Cinema di Pesaro non si limita a un ringraziamento di rito. È una presa di posizione contro la deriva museale che sta prosciugando il valore vivo della ricerca cinematografica italiana.
Ratataplan e il cinema di piazza
Se il premio è la celebrazione teorica, la proiezione è l’atto pratico. Sabato 21 giugno alle 21:30, Piazza del Popolo si trasformerà in un grande schermo per Ratataplan, il film d’esordio del 1979. Non a caso si sceglie il debutto e non i capolavori più citati dalla critica accademica. Colombo, l’ingegner neolaureato alla ricerca di un posto al sole nella Milano post-sessantotto, è lo specchio di una generazione che ha imparato a ridere per non piangere. La struttura narrativa del film non segue le convenzioni del dramma borghese: il conflitto nasce dalla frizione linguistica, dal ritmo serrato dei dialoghi e dalla capacità di trasformare l’erramento urbano in danza collettiva.
Proiettare quel film all’aperto non è una scelta logistica, ma un principio estetico. Il cinema di Nichetti nasce dal rumore della strada, dai conflitti generazionali, dalla necessità di direzionare il caos con il ritmo e la parola. Chi ha sottovalutato questa vocazione popolare ha pagato lo scotto di una critica spesso ottusa, incapace di riconoscere che l’ironia non è evasione ma un meccanismo di sopravvivenza costruito con precisione chirurgica. Lo spazio urbano diventa il vero coprotagonista, e la cinepresa deve imparare a respirare al passo degli attori, non viceversa.
Sessant’anni di sguardo sul nuovo
Il contesto istituzionale conta più di quanto si creda. La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema non è un appuntamento qualsiasi: nata nel 1965, arriva quest’anno alla sua 62ª edizione, e da sempre cerca di bilanciare lo sguardo sul presente con il rispetto per il passato. L’omaggio a Nichetti non si esaurisce nella serata in piazza — comprende una retrospettiva completa della sua filmografia (da Il Bi e il Ba a Ho fatto splash, da Palla di neve a Ladri di saponette, fino al recente AmicheMai) e una monografia dedicata, pubblicata da Marsilio nella collana Nuovocinema a cura di Pedro Armocida — anche direttore artistico della Mostra — e Gabriele Gimmelli.
Affiancare questo materiale storico al lavoro dei nuovi autori in concorso non è un esercizio di nostalgia. È un confronto necessario tra chi ha scritto le regole della commedia d’innovazione italiana e chi sta cercando, oggi, un proprio linguaggio. Il cinema indipendente italiano non può permettersi di dimenticare che la sperimentazione, quando perde il contatto con il pubblico, diventa un gioco da salotto privo di conseguenze.
L’ottimismo come disciplina di ferro
Nichetti parla di ottimismo come se fosse una materia tecnica da studiare, non uno stato d’animo da augurare ai bambini. Non confondere questa posizione con ingenuità. Dichiarare di voler essere più forti dei guai del mondo significa accettare che i guai esistono e sono strutturali. L’allegria cinematografica, quando è ben costruita, non cancella la realtà: la rende percorribile. In un periodo in cui il mercato globale ha trasformato il racconto in prodotto modulare, il gesto di Nichetti assume un valore quasi politico. Non si tratta di difendere il passato, ma di rivendicare il diritto di finire le opere prima che la morte diventi l’ultima regia.
L’ottimismo come atto di resistenza non è un invito a ignorare i problemi, ma la consapevolezza che il cinema, quando smette di credere nel pubblico, diventa semplice intrattenimento commerciale. La rassegna pesarese ci ricorda che la forma resta l’unica vera arma contro l’oblio.
Il cinema non si salva con le retrospettive nei musei, ma con le proiezioni nelle piazze dove il pubblico ancora decide se ridere o voltarsi dall’altra parte.
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