Mike Leigh e la Concha de Oro: il cinema che resiste al tempo
La vittoria di Mike Leigh a San Sebastián conferma un cinema paziente e senza compromessi, lontano dai clickbait e dalle strategie distributive dell’ultimo biennio.
La sala del Kursaal di San Sebastián non applaude mai per caso. Quando il 26 settembre 2026 è stato annunciato il nome di Mike Leigh come vincitore della Concha de Oro alla settantaquattresima edizione, il silenzio che ha preceduto i battiti di mani non era quello dell’attesa, ma quello del riconoscimento. A ottantatré anni, con una condizione medica che gli impedisce già di muoversi come un tempo e che lo porta a definire Tender Loving Care «molto probabilmente l’ultima opera», il regista britannico ha raccolto il massimo premio della kermesse spagnola portando con sé non solo la statuetta, ma anche il Premio della Giuria per la sceneggiatura e la Concha de Plata per Kate O’Flynn. L’attrice inglese si è classificata ex aequo con Asta Kamma August, vincitrice di Markens grøde di Hans Petter Moland. Due donne, due presenze, un’unica sentenza: il cinema non ha bisogno di accelerare per sopravvivere.
Un trionfo di pazienza
Tender Loving Care, presentato in conferenza stampa via videoconferenza con Marion Bailey, Paul Jesson e Alice Bailey Johnson, è una pellicola di 107 minuti che non cerca complicità immediata. Leigh ha sempre costruito i suoi personaggi a strati, scavando nelle crepe del quotidiano fino a trovare la tragedia o la grazia che si celano sotto l’ordinario. Questa volta tocca il peso della maternità e del lavoro, l’incertezza delle giovani generazioni e le pressioni sociali che schiacciano chi cerca un equilibrio impossibile. Non è un tema nuovo per lui, ma la forma che adotta è più asciutta, più essenziale. E funziona proprio perché non si affanna a spiegare. La sceneggiatura premiata dalla giuria non è un espediente narrativo: è un disco rigido su cui Leigh ha registrato osservazioni umane con la precisione di un orologiaio. Che Kate O’Flynn condivida il premio con l’attrice norvegese Asta Kamma August conferma una tendenza inconfutabile: le giurie non cercano più il volto familiare, ma la capacità di trasformare un’espressione in un archivio di vita.
La giuria che guarda lontano
Il palmarès di quest’anno non è un caso isolato. Amanda Kernell conquista la Concha de Plata per la miglior regia con Garrat du váimmu; Javier Cámara porta a casa l’interpretazione maschile non protagonista; il Premio della Giuria per la fotografia va a Oskar Dahlsbakken per Markens grøde. Il Premio Speciale della giuria si aggiudica Bian Jing / Border di Ah Biao, coproduzione che attraversa Hong Kong, gli Stati Uniti e la Corea del Sud senza cadere nel tranello dell’esotismo. Ogni riconoscimento è una scommessa sulla forma più che sul soggetto. La Concha de Oro, istituita nel 1957, è passata a Leigh dopo decenni di dominazione maschile: solo otto registe l’avevano vinta prima, tra cui Diane Kurys nel 1983. Il passaggio non è solo simbolico. Segnala un cambio di passo nella direzione artistica del festival. José Luis Rebordinos chiude la sua gestione con gli applausi della sala stampa e il via libera a Maialen Beloki per la nomina dal 2027. Non si tratta di una semplice rotazione dirigenziale, ma una conferma: San Sebastián non vuole essere un trampolino per le major, ma un archivio vivente del presente.
Il laboratorio della Concha
Come ho sottolineato quando analizzavo il termometro della Croisette Venezia e il canto dei festival estivi: verso un nuovo patto col cinema, i festival estivi hanno smesso di essere cartelloni pubblicitari per diventare laboratori narrativi dove si prova, si sbaglia e si trova una grammatica visiva che parla al presente. La vittoria di Leigh a Donostia non contraddice questa tesi: la rafforza. Mentre le strategie distributive continuano a inseguire il viral e le case di produzione cercano legittimazione critica, San Sebastián ha dimostrato che il mercato non si convince più con un budget pubblicitario sproporzionato. Si convince quando uno spettatore esce dalla sala dopo due ore senza voler controllare il telefono. La prossima stagione non si vince con il nome di un franchise sul manifesto, ma con la capacità di un regista di tenere a bada l’attenzione dello spettatore senza ricorrere alla violenza visiva. Tender Loving Care è uscito il 4 settembre al Telluride Film Festival e ha percorso il circuito europeo raccogliendo consensi non perché prometteva scoperte, ma perché offriva certezze: quelle di un autore che sa aspettare.
Il cinema non aspetta il momento giusto per nascere. Si fa strada quando smettiamo di confondere il rumore con la voce.
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