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Recensioni

Minotaur di Zvjagincev: il labirinto del potere e la radiografia di una Russia in frantumi

Analisi critica di Minotaur, nuovo film di Andrej Zvjagincev tra adattamento chabroliano, mobilitazione forzata e accoglienza della stampa internazionale.

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Minotaur di Zvjagincev: il labirinto del potere e la radiografia di una Russia in frantumi

Dopo nove anni di assenza e il trasferimento in Francia nel 2022, dopo una lunga battaglia contro il COVID-19, Andrej Zvjagincev torna sulle scene con Minotaur (Минотавр), distribuito nelle sale italiane da BiM Distribuzione dal 29 ottobre 2026. Il film è uscito in Francia il 14 ottobre dello stesso anno, chiudendo un percorso festivaliero che lo ha portato direttamente al Concorso della 79ª edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix. Non si tratta di un ritorno trionfalistico, ma di una ricomposizione narrativa che riparte dalla coda finale di Loveless (2017), quel ritratto ghiacciato della Russia contemporanea attraversato dalle notizie del conflitto in Donbass.

Il ritorno e il contesto produttivo

La genesi del progetto si colloca in un momento di profonda riorganizzazione geopolitica e artistica. Zvjagincev, co-sceneggiatore insieme a Semën Ljašenko, ha scelto di ambientare la vicenda nel 2022, in una cittadina di provincia russa durante la mobilitazione parziale per il conflitto in Ucraina. La coproduzione tra Francia, Lettonia e Germania è stata girata a Riga, con la fotografia di Michail Kričman e le musiche di Evgenij e Saša Gal’perin. La regia preferisce costruire un quadro a distanza, evitando il sensazionalismo per favorire una composizione strutturale che sovrapone il dramma privato a quello pubblico senza mai confondersi. I centoquarantadue minuti di durata diventano lo strumento per un ritmo volutamente asfittico, dove ogni respiro della macchina da presa serve a misurare la distanza tra le istituzioni e i cittadini che devono sostenerle.

Struttura e temi

Costruito su un libero adattamento de Una moglie infedele di Claude Chabrol (1969), il film segue Gleb (Dmitrij Mazurov), dirigente d’azienda che scopre l’infedeltà della moglie Galina (Iris Lebedeva) proprio mentre si prepara a licenziare dei dipendenti, in una Russia ormai in guerra. Il lavoro si configura come un laboratorio di connivenze e disumanizzazione, dove il mito del Minotauro diventa la cornice perfetta per raccontare il crollo della famiglia borghese e, di riflesso, di un apparato statale in frantumi. La lettura politica dell’opera non lascia spazio a equivoci: si tratta di un’anatomia di un omicidio (di stato). Il punto cruciale risiede nella trasformazione del protagonista: la sua «operazione speciale» domestica specchia quella militare, rivelando come la responsabilità individuale non possa essere separata dal collasso sistemico.

Numeri, accoglienza e il peso della validazione

L’accoglienza critica è stata netta e unanime sul piano tematico. Il Tomatometer di Rotten Tomatoes si è fermato al novantotto percento su cinquantuno recensioni, Metacritic segna 92 su 100 e Peter Bradshaw del Guardian ha assegnato cinque stelle. Dietro i numeri si nasconde però una dinamica più ampia: il riconoscimento di Cannes, pur legittimo sul piano artistico, non cancella la distanza geografica e politica che separa il regista dal suo Paese d’origine. Il film si configura come un documento di resistenza narrativa: non cerca il conforto della catarsi, ma impone una lettura fredda dove ogni scelta scenica serve a evidenziare come l’indifferenza sia diventata il prodotto più autentico della macchina del potere.

Un cinema che smette di guardare in faccia le proprie contraddizioni diventa intrattenimento industriale privo di anima. La verità non si nasconde nei titoli di coda, ma nel silenzio che segue l’ultima inquadratura.

Tag

#Minotaur #Andrei Zvjagincev #Cannes 2026 #cinema russo contemporaneo #recensione film

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