Monster antologica: la struttura che cambia volto, le prossime ombre e i riferimenti storici
Analisi della quarta stagione di Monster, l'evoluzione del formato a episodi, i piani per il franchise e come la serie rielabora il mito di Lizzie Borden tra storia e leggenda.
Partiamo da un presupposto che l’uscita dello scorso 17 settembre ci costringe ad accettare: il genere antologico è morto; vive solo come forma adattiva. Nella mia analisi recente su Monster Stagione 4: l’ascia di Lizzie Borden e il tono inedito della vendetta femminile, ho già tracciato i contorni di questa svolta melodrammatica. Qui voglio scavare più a fondo, oltre la singola vicenda criminosa, per capire cosa sta succedendo allo scheletro narrativo che Ryan Murphy e Ian Brennan hanno innescato il 21 settembre 2022 con l’arrivo di Jeffrey Dahmer. Non stanno semplicemente cambiando volto al franchise: ne stanno riscrivendo il codice genetico.
La struttura antologica tra evoluzione e identità
L’antologia è un genere spietato. O ogni stagione si distingue per una voce inconfondibile, o viene inghiottita dalla monotonia della formula. Monster ha sempre oscillato su questa lama. La prima stagione funzionava perché Brennan e Murphy avevano scelto l’orrore burocratico: la banalità del male amministrato da un uomo che non capiva di essere un mostro. L’approccio era clinico, quasi documentaristico. Con il passaggio a Fall River, il registro si fa organico, viscerale. La serie rinuncia al poliziesco forense per abbracciare il gotico domestico. Non è un tradimento del format originale, ma una necessità evolutiva. Se la prima stagione interrogava la società sull’omosessualità e sul razzismo strutturale, la quarta seziona l’ipocrisia puritana che trasformava le donne in oggetti di culto e di prigione. Il risultato è più coeso, meno dispersivo. Ma questo funziona solo finché la regia non si perde nella patina estetica. La struttura antologica ha il potere di cambiare pelle senza perdere il respiro, purché il cambio di tono non sia un espediente di marketing ma una scelta autoriale consapevole.
Prossime stagioni e ombre future
I piani per il futuro del franchise sono già tracciati nelle pieghe della storia stessa. La presenza di Charlie Hunnam richiama alla memoria la sua interpretazione di Ed Gein nella terza stagione, un ritorno che non era stato un semplice casting ricorrente ma una dichiarazione d’intenti. Hunnam ha appena smontato Andrew Borden con una freddezza chirurgica, dopo aver già incarnato l’alchimista della follia rurale americana. La scelta è intelligente: Monster sta costruendo una geografia del terrore che va oltre la cronaca rosa dei serial killer. Non si tratta di elencare nomi da enciclopedia, ma di mappare le ferite culturali che generano il mostro. Se la quinta stagione saprà evitare l’effetto galleria dei cadaveri e concentrarsi sul contesto sociale che ha nutrito Gein, il franchise sopravviverà al logoramento tipico delle antologie televisive. Altrimenti, rischierà di diventare un museo delle cere narrativo, dove ogni episodio è una teca vuota riempita con troppi flashback e poca anima.
Storie vere, ispirazioni e il peso della leggenda
Il caso Fall River del 1892 è stato scolpito nel tempo da miti, pamphlet moralisti e pellicole hollywoodiane che hanno trasformato Lizzie in un’icona rebelle o in una pazza pericolosa. Monster si prende la libertà di scavare nelle crepe della leggenda, ma non si ferma lì. Le fonti storiche indicano come le narrazioni sulle uccisioni domestiche dell’Ottocento attingano spesso a un immaginario femminile oscuro che ricorda da vicino le vicende di Elizabeth Báthory. Non si tratta di equiparare due donne separate da secoli e contesti, ma di riconoscere che Netflix sta cercando un filo conduttore tematico: la violenza femminile non come anomalia biologica, ma come sintomo di una società che soffoca ogni via d’uscita legittima. La serie lo fa con crudeltà voluta, a volte con una dose di dark comedy che taglia le corde melodrammatiche quando minacciano di spezzarsi. Il rischio è sempre quello di cadere nella spettacolarizzazione del dolore, ma Brennan ha dimostrato di saper dosare la grottesca con il tragico. La violenza femminile qui non è il fine della narrazione, ma il termometro di un’epoca che preferisce bruciare le donne al rogo piuttosto che ascoltarne le ragioni. La verità storica resta un punto di riferimento, non una gabbia. E questo è il vero merito di Monster: trattare i fatti come argilla, non come lapide.
Il cinema e la televisione ci hanno insegnato a cercare il mostro sotto il letto o nell’armadio. La prossima stagione di Monster ci chiederà semplicemente di guardare allo specchio che gli architetti della convenzione hanno appeso al muro. Se sapremo leggerlo senza distogliere lo sguardo, avremo davanti un’antologia che non si limita a raccontare la storia, ma la rimodella.
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