Monster Stagione 4: l’ascia di Lizzie Borden e il tono inedito della vendetta femminile
La quarta stagione di Monster capovolge la struttura del giallo per indagare la repressione domestica. Un'analisi critica sulla scelta narrativa e sui toni a volte incerti.
Non serve aspettare il processo per capire chi ha impugnato il manico. La quarta stagione di Monster, distribuita da Netflix lo scorso 17 settembre, prende una decisione narrativa che potrebbe infastidire gli amanti del giallo poliziesco tradizionale, ma che rivela invece le vere intenzioni della serie. Ci mostra Lizzie Borden mentre affonda l’ascia nel cranio del padre e della matrigna prima ancora di spiegarci come sia arrivata a quel punto. Non è un espediente per risparmiare suspense: è una dichiarazione programmatica. Ian Brennan, showrunner e sceneggiatore, non vuole indagare un enigma irrisolto. Vuole trasformare il caso di Fall River del 1892 in un melodramma gotico sulla repressione femminile, dove la violenza non è il fine ma l’unica via d’uscita da una gabbia di velluto e ipocrisia puritana.
La struttura che capovolge l’enigma
In Monster abbiamo già seguito i serial killer attraverso le loro origini e le loro ossessioni, ma qui il meccanismo narrativo funziona al contrario. Dopo aver assistito allo spargimento di sangue del 4 agosto, la serie arretra di anni, calandoci in una Massachusetts rigida dove Lizzie, interpretata da Ella Beatty con una fisicità tesa e un’espressione costantemente trattenuta, è costretta a recitare la parte della figlia modello. Charlie Hunnam e Rebecca Hall, nei panni rispettivamente di Andrew e Abby Borden, non sono i soliti cattuni da manuale: sono architetti di un sistema soffocante che usa il denaro e l’educazione religiosa per annegare qualsiasi istinto di autonomia. La regia insiste sugli spazi domestici: corridoi stretti, scalini che scricchiolano, abiti che stringono le spalle come gabbie. È in questi ambienti che la tensione si accumula, non nei dialoghi ad effetto. Brennan e la troupe capiscono bene che la vera atrocità non risiede nell’assassinio, ma nella lentezza con cui una società costringe una donna a diventare assassina per sopravvivere.
Il peso delle convenzioni e la repressione domestica
La forza della stagione si legge nei dettagli materiali. L’arrivo della domestica Bridget Sullivan, recitata da Vicky Krieps con un sarcasmo misurato, offre alla protagonista una prima crepa nel muro di silenzio. Non è un amore romantico a salvare Lizzie, ma la complicità quotidiana contro chi le ha rubato il nome e il futuro. La serie costruisce il suo melodramma attorno al conflitto tra desiderio e dovere, mostrando come l’unica libertà concessa alle donne dell’epoca si esprima solo attraverso la malattia mentale o la follia pubblica. Quando Lizzie smette di piangere e inizia a calcolare, lo spettatore realizza che non sta impazzendo: sta semplicemente svegliandosi. Il risultato è una stagione sontuosa, dove ogni inquadratura sembra tirare il fiato prima del colpo. Tuttavia, questa ricerca ossessiva dell’estetica vittoriana ha un costo. A volte la forma mangia la sostanza, e la repressione diventa più un set design che un’esperienza psicologica.
Ironia nera e un tono che non sa dove andare
È qui che Monster commette il suo errore più evidente: cambia registro senza preavviso. La quarta stagione sperimenta un’ironia tagliente, quasi una dark comedy che vorrebbe alleggerire il carico di sangue. L’idea è affascinante e, in teoria, necessaria per non annegare nel patetismo gotico. Nella pratica, funziona a metà. Ci sono momenti in cui la serie gode troppo della sua stessa malvagità, trasformando le vittime in comparse di un melodramma che pretende di essere una denuncia sociale ma finisce per spettacolarizzare l’orrore. Variety ha definito il lavoro “refreshing and wholly unique to the Monster canon”, e c’è del vero nel coraggio di allontanarsi dalla formula biografica tradizionale. Ma come osservava Consequence con laudabile onestà, esiste una versione della stagione che potrebbe dire qualcosa di profondo sull’ira femminile, a patto che la serie comprenda davvero cosa spinga una donna al delitto. Qui preferisce mostrare il cadavere piuttosto che scavare nel movente emotivo. Il risultato è un conflitto tonale: alterna sequenze di pura tensione psicologica a battute o inquadrature che sembrano voler fare il verso alla storia invece di viverla. Non è un fallimento, ma una scelta precisa che divide il pubblico tra chi vuole l’analisi e chi vuole lo spettacolo. I dati aggregati parlano chiaro, con un Tomatometer al cinquanta per cento e un Popcornmeter che scivola sotto il trenta: non abbiamo davanti un capolavoro incontestabile, ma un esperimento narrativo che lascia il segno proprio perché osa sbagliare.
La televisione moderna ci ha abituato a mostrare il mostro prima ancora di chiederci se sia nato così o reso tale. Monster lo sa, e per questo merita rispetto: non perché abbia trovato la risposta giusta, ma perché ha avuto il coraggio di piantare l’ascia nel terreno della convenzione, sperando che da quella ferita crescesse qualcosa di autentico.
Tag
Condividi