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Analisi

Musk, l'autopsia di Gibney a Venezia e la guerra tra archivio e algoritmi

Il nuovo documentario di Alex Gibney presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia smonta il mito di Elon Musk, rivelando come l'archivio digitale stia diventando la nuova arena del potere.

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Musk, l'autopsia di Gibney a Venezia e la guerra tra archivio e algoritmi

Scrivere di The Bibi Files: il potere che teme le proprie registrazioni ci ha consegnato un principio operativo: il documentario smette di essere cronaca per diventare archeologia del potere, scavando non nella terra ma nei nastri che la politica aveva dimenticato di bruciare.

La trappola narrativa e l’avatar del potere

Gibney lo sa bene. Il premio Oscar per Taxi to the Dark Side non cerca il colpo di scena mediatico. Costruisce una gabbia temporale di duecentoventicinque minuti, più un intervallo di dieci minuti che funge da respiro forzato, dove il soggetto viene smontato pezzo per pezzo. Musk ha rifiutato categoricamente l’intervista, liquidando in anticipo la pellicola come attacco personale. Il regista risponde con una scelta chirurgica: un avatar creato con l’intelligenza artificiale, alimentato da migliaia di ore di discorsi pubblici, che parla con la voce e i gesti del magnate sudafricano-americano. Non è un espediente tecnologico gratuito. È la dimostrazione pratica di come Musk abbia imparato a plasmare i propri “master shot” nel discorso pubblico per definire la propria immagine. Lo fa con testa grande e corpo piccolo, una regia visiva che tradisce l’idea di un uomo convinto di vivere in videogioco dove gli altri sono solo ostacoli da eliminare. La voce fuori campo non serve. Parlano Justine Musk, Ashley St. Clair, Kara Swisher, Martin Eberhard, Zoë Schiffer e Geoffrey Hinton. Sono ex mogli, collaboratori, amici d’infanzia, scienziati che hanno visto dall’interno la trasformazione di un visionario in un magnate della propaganda. Le contraddizioni emergono senza bisogno di didascalie giudicanti. Basta accostare le promesse sulle auto a guida autonoma o i culti marziani alle scelte politiche recenti, incluso lo spostamento verso la MAGA, per vedere crollare il muro di leggenda che Musk aveva eretto. Il documentario non cerca il colpo di scena. Lo attende dentro il silenzio di un ingegnere di Twitter che ha smesso di credere al prescelto.

Dal Lido al dibattito streaming: quando il film diventa arma

La prima mondiale al Lido, l’8 settembre e fuori concorso, ha acceso l’attenzione su un meccanismo che sta cambiando le regole del gioco. Il documentario tocca un nervo scoperto del dibattito contemporaneo: la concentrazione del potere narrativo nelle mani di chi controlla le piattaforme. La distribuzione americana affidata a Bleecker Street, con l’uscita nelle sale fissata per il 16 ottobre 2026, è una mossa precisa contro questa frammentazione. Non si tratta di concorrenza. È resistenza distributiva.

Il cinema non salva la democrazia da solo. Ma quando gli archivi digitali vengono usati come armi di distrazione di massa, la sala buia diventa l’unico luogo dove il pubblico può scegliere di guardare in faccia il mostro invece di rincorrerne l’eco. Gibney ha dichiarato che “l’aria sta cambiando”, e non lo dice con ottimismo. Lo constata. Ha riunito trent’anni di successi, fallimenti, bugie e promesse mirabolanti per dimostrare che la leggenda del prescelto è solo un master shot ben illuminato. Dietro le quinte, i server registrano tutto. E in politica-streaming, la memoria è l’unica vera minaccia al potere.

“Il potere non ha paura delle prove. Ha paura della ripetizione: se puoi cancellare ciò che è stato registrato, puoi convincerti di essere eterno. Ma i server non dimenticano.”

Tag

#Alex Gibney #Musk documentario #Venezia 83 #politica digitale #streaming

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