Naza e il peso della sala: record di applausi e prime impressioni a Venezia
Premiere, standing ovation da record e analisi critica del documentario di Abraham e Szor sulla guerra a Gaza alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia.
La brezza del Lido oggi porta un odore diverso. Non solo sale e umidità da grande occasione, ma la carica elettrica di chi sa che il perimetro della rassegna si sta stringendo attorno a questioni che non ammettono neutralità. Le linee di faglia di questa ottantatreesima edizione sono ormai evidenti. Oggi il termometro segna caldo, non per le polemiche a valle, ma per la proiezione che ha cambiato il baricentro della serata in Sala Grande. Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor non è solo un film entrato in gara all’ultimo minuto; è un atto di resistenza che ha trasformato l’applauso in una misurazione precisa del disagio collettivo.
La vicenda si collega direttamente a Venezia 83: tra cerimonie, documentari che feriscono e il peso delle scelte.
Il peso della sala
Venticinque minuti di standing ovation sono un record per questa edizione, ma i numeri mentono quando cercano di quantificare la densità dell’aria trattenuta nella sala buia. Non si trattava del semplice festeggiamento per una denuncia politica, sebbene lo sia a pieno titolo. Era il suono di un pubblico che ha riconosciuto nel documentario uno specchio scomodo, privo delle consolazioni della didascalia o della retorica umanitaria. Abraham e Szor, già membri del collettivo di No Other Land, hanno scelto la via più ardua: non mostrare i corpi ridotti in cenere a Gaza, ma far parlare gli architetti dell’ingegneria militare israeliana. Ventiquattro testimonianze, volti oscurati, voci modificate, girate di notte sui tetti di Tel Aviv. Lo spazio circostante, dove si beve un caffè o si guarda la televisione con la stessa normalità con cui si archivia un rapporto, diventa il vero antagonista del film. Il cinema non chiede permesso quando racconta come la banalità dell’ufficio possa trasformarsi in strumento di sterminio. La sala ha applaudito non per pietà, ma per riconoscimento: tutti sanno che la guerra moderna si combatte anche negli algoritmi, e vederla nuda dietro uno schermo è un atto di coraggio raro.
La tecnica del silenzio
Mentre le proiezioni nelle sale italiane sono fissate per il ventotto settembre, resta da capire perché questa scelta formale abbia funzionato così bene sotto la lente di Venezia. I primi giudizi critici non hanno esitato a definire l’opera un’analisi sistemica lucida e impietosa. Gli autori hanno lavorato per tre anni sotto traccia, in collaborazione con The Guardian, +972 Magazine e Local Call, raccogliendo non solo le parole pronunciate ma anche quelle non dette. È qui che risiede la forza registica: evitare il racconto per immagini dello strazio per concentrarsi sulla meccanica fredda della guerra moderna, combattuta a colpi di droni e sorveglianza. Il titolo stesso, Naza, è l’acronimo ebraico per “danni collaterali”, un termine burocratico che trasforma la morte in margine di errore contabile. Un documentario non è solo cronaca processuale; quando sa usare il silenzio come architettura narrativa, diventa cinema puro. Abraham e Szor non cercano di convincere chi ha già preso posizione. Smontano i meccanismi dell’indifferenza istituzionale mostrando come la tecnologia abbia reso la violenza un processo asettico, archiviato in file digitali invece che commemorato con fiori.
Tra denuncia e istituzione
Inserito in extremis nella selezione ufficiale, Naza entra nella corsa per il Leone d’oro con un peso specifico che nessun comunicato stampa potrà alleggerire. La Biennale ha scelto di misurare la temperatura culturale di un mondo che non accetta neutralità, e lo ha fatto affidando al concorso un’opera che rifiuta la mediazione estetica a scapito della verità fattuale. La giuria internazionale e le altre commissioni dovranno confrontarsi con un testo che non si rivolge alla coscienza di un pubblico già convinto, ma costringe a guardare i meccanismi del potere senza filtri ideologici. Il cinema contemporaneo ha spesso confuso la profondità con il rumore. Naza ci ricorda che a volte basta far sedere dei funzionari in una stanza buia e lasciarli parlare per costruire un monumento alla responsabilità. Non è un film per addormentare le coscienze. È un righello infallibile che misura la distanza tra lo schermo e la realtà, e costringe chi guarda a prendere posizione prima ancora che i titoli di coda scendano.
Il cinema non serve a dare risposte, ma a insegnare a vivere con le domande sbagliate.
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