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Interviste

Nicolas Winding Refn su Her Private Hell e il cinema oggi

Il regista danese parla del suo ritorno in sala, critica le piattaforme streaming, riflette sul rapporto tra cinema e serialità e rivela i piani per il futuro.

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Nicolas Winding Refn su Her Private Hell e il cinema oggi

Nicolas Winding Refn entra in una stanza e il tempo sembra rallentare. Non è un effetto scenico, ma la sua presenza: addosso un completo nero che sembra tagliato al laser, sneakers pulite, lo sguardo di chi ha già visto i confini del medium spingersi fino a rompersi. A Roma, tra Via Veneto e le luci della Fiera del Libro, il regista danese non è venuto per festeggiare. È venuto per verificare. Dieci anni dopo l’ultima fatica cinematografica, Her Private Hell esce nelle sale italiane il 1° ottobre 2026 con MUBI, portandosi dietro un thriller onirico, fantascientifico e horror che non chiede permesso. Sophie Thatcher indossa la pelle di Elle, una giovane attrice in cerca del padre regista Johnny Thunders (Dougray Scott), mentre Charles Melton, Kristine Froseth, Havana Rose Liu e Diego Calva popolano le ombre di una metropoli soffocata dalla nebbia. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck taglia l’aria come una lama, il montaggio di Matthew Newman la rende pulsante, e la partitura di Pino Donaggio, insieme alla sceneggiatura, le dà respiro. Non è un ritorno trionfalistico. È una ricomposizione dei pezzi mancanti.

La nebbia come stato d’animo e il fuoco del daltonismo

Per Refn, la nebbia non è un espediente atmosferico. È «un liquido compresso inaspettato» che bisogna quasi toccare per attraversarlo. Funziona da analogia perfetta per un’epoca in cui viviamo tutti in mondi offuscati, costretti a voltarsi continuamente senza mai avere la certezza di cosa ci sta alle spalle. I colori al neon? Blu elettrico e fucsia violento. Non per ostentazione. Lui è daltonico: «Mi attraggono i colori estremi. Ci sono tonalità che non conosco, ma le percepisco come una vibrazione». Questo dettaglio biologico diventa narrativo. Il cinema di Refn non dipinge la realtà; la traduce in frequenza. E dopo l’intervento al cuore del 2023, quando è rimasto clinicamente morto per venticinque minuti, quella traduzione ha assunto un peso diverso. «Mi sento in missione divina», ammette. Non c’è retorica sul limite. C’è la consapevolezza che ogni inquadratura è un prestito a tempo e che la materia prima resta umana.

Contro l’algoritmo: il cinema non è sottofondo

Il vero bersaglio di Refn, però, non è la nebbia o il killer Leatherman. È un meccanismo invisibile ma pervasivo. «Oggi c’è una sterilizzazione della cultura che colpisce tutto ciò che è controverso, provocatorio o trasgressivo», dichiara con freddezza chirurgica. Le piattaforme di streaming hanno spostato l’asse del potere verso la prevedibilità. «Per loro più si può tenere la tv accesa come semplice sottofondo, più successo hanno». Il risultato è un ecosistema che premia la comodità visiva e punisce la dissonanza. Her Private Hell nasce esplicitamente come un film contro l’algoritmo: provocatorio, pericoloso, singolare. Solo così si costringe il sistema a proporre all’utente ciò che già desidera vedere. La fretta produttiva non è un male morale, ma una gabbia tecnica che appiattisce le sfumature. Quando il set viene misurato da cronometri e dashboard, l’attore smette di respirare e inizia a sincronizzarsi.

Collettivo, serialità e la memoria di Gosling

Il rapporto tra cinema e serie televisive è stato per anni frainteso come una gerarchia. Refn lo vive sulla propria pelle: ha attraversato il formato lungo con Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, tornando ora al lungometraggio con un’idea precisa. «La differenza la fa il collettivo». Nel cinema resta la figura del regista come unico filtro decisivo; nella serialità, la regia si distribuisce tra writers room, showrunner e direttori di episodio diversi. Non è un declino, è una geometria diversa. E se il nome di Ryan Gosling emerge nel suo racconto, non è per annunciare una nuova collaborazione in corso, ma per ricordare come la sintonia creativa sia un patrimonio da custodire. I due hanno già scolpito icone moderne in Drive e Only God Forgives; quel dialogo sul ritmo e sull’ombra non si è mai interrotto, si è solo trasferito in direzioni parallele. Un nuovo progetto insieme non risulta confermato dalle fonti attuali, ma la logica resta la stessa: entrambi sanno che il silenzio prima dell’azione vale più di mille effetti. E se oggi Refn guarda al reboot di Maniac Cop e alle sue prossime mosse, lo fa con la consapevolezza che ogni inquadratura è un prestito a tempo e che la materia prima resta umana. Dietro ogni scelta tecnica deve esserci un centro umano. Il collettivo può moltiplicare le voci, ma non sostituisce la necessità di un centro che sappia fermarsi quando il respiro del personaggio lo richiede.

Il cinema delle piattaforme e quello cinematografico si incontrano oggi su un terreno comune: la standardizzazione. Refn non chiede una macchina del tempo. Chiede solo il diritto di sbagliare, di provocare, di lasciare che la nebbia resti mistero invece di diventare un effetti speciali da renderizzare in post-produzione. Il resto è rumore di fondo.

«La nebbia rappresenta il mistero. È una specie di liquido compresso inaspettato che bisogna quasi toccare per potervi passare attraverso, ma è sempre qualcosa che ti sfugge tra le dita.» — Nicolas Winding Refn

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#Nicolas Winding Refn #Her Private Hell #cinema contemporaneo #streaming #interviste

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