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Normal, Bob Odenkirk e Ben Wheatley reinventano l'eroe da salotto

Recensione di Normal, il neo-western di Ben Wheatley che vede Bob Odenkirk nel ruolo di un Ulisse moderno tra neve, spari e silenzi necessari.

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Normal, Bob Odenkirk e Ben Wheatley reinventano l'eroe da salotto

C’è un momento preciso in cui il cinema d’azione smette di rincorrere i blockbuster e inizia a respirare. Normal, dodicesimo lungometraggio di Ben Wheatley, è esattamente quel respiro. Presentato al Toronto Film Festival e distribuito in Italia il 17 settembre da Vertice 360, il film non chiede permesso: si appoggia alla spalla robusta di Bob Odenkirk e alla regia fredda, quasi chirurgica del britannico nato a Billericay nel novembre 1972. Non è un caso se i due firmano insieme la sceneggiatura. Dietro l’apparente leggerezza di un thriller da nebbia e asfalto si nasconde un lavoro di costruzione attoriale che premia chi sa stare fermo quando il mondo impazzisce.

La firma di Odenkirk: un Ulisse per l’età dell’inattività

Ulysses Richardson non è il classico eroe da copertina. È un uomo di sessant’anni, con alopecia e due stent coronarici alle spalle, che gestisce una città del Minnesota chiamata proprio Normal mentre cerca di ricucire i rapporti con la moglie e se stesso. Odenkirk ci va dentro senza filtri: non interpreta l’azione, la subisce. È un attore che ha imparato a trasformare la fatica in gravità, e lo si nota nei minimi gesti, nell’incertezza dello sguardo quando una pistola viene estratta da dietro uno sportello. La collaborazione con Derek Kolstad, ideatore della saga di John Wick, è ormai consolidata: dopo i tre film della trilogia Io sono nessuno, questo terzo incontro in meno di cinque anni non è un ritorno a formula, ma un affinamento. Odenkirk ha capito che la vera tensione non nasce dalla coreografia, ma dal peso di chi deve ancora decidere se valga la pena alzarsi. Quando gli spari iniziano, lui risponde con la stessa aria di chi paga una multa in ritardo: stanco, preciso, inevitabile.

Il grottesco e la neve: il segno inconfondibile di Wheatley

Ben Wheatley non ha mai nascosto la sua predilezione per l’eccesso e la deformazione grottesca. Da High-Rise a Free Fire, la sua regia ha sempre cercato fratture visive dove altri cercherebbero chiarezza. In Normal la neve diventa un palcoscenico silenzioso, e Wheatley la sfrutta per isolare i personaggi in una bolla di freddezza stilistica. Le coreografie degli scontri a fuoco ricordano il claustrofobico virtuosismo di Free Fire, ma qui sono filtrate attraverso una lente più amara, quasi un neo-western contemporaneo che mescola azione, black humor e splatter senza mai perdere la bussola. Non mancano i freeze frame e la frammentazione caleidoscopica tipiche del suo registro, usate non per spettacolo ma per sottolineare l’assurdità di un conflitto nato da una cospirazione burocratica e criminale che nessuno ha il coraggio di nominalizzare. Lena Headey e Henry Winkler completano un quadro dove ogni volto porta le crepe di una storia non raccontata.

Contro-lettura dell’Odissea: ritorno a casa senza gloria

Dire che Normal rilegge l’Odissea sembra un salto tematico forbito finché non si guarda in faccia il protagonista. Ulysses Richardson compie un viaggio di ritorno, ma non verso l’Ithaca dei palazzi dorati. Il suo Omero è asfaltato, le sue sirene sono terminali di autogrill e i mostri hanno matricole federali. Wheatley e Kolstad capiscono che l’epica contemporanea non ha bisogno di divinità: basta un uomo che deve attraversare la propria indifferenza per trovare il coraggio di fare ancora il giusto. Il ritmo è frenetico, sì, e alcuni potrebbero accusarlo di semplificare i nodi della trama in favore dello scarico adrenalinico. È un rischio calcolato. La semplicità narrativa non è ignoranza; è il risultato di chi sa togliere le foglie per mostrare l’albero. Preferiamo la goccia alla frana: un’opera che non cerca di dominare il mito, ma di usarlo come specchio per i nostri piccoli, quotidiani tradimenti.

A volte l’eroe moderno non ha bisogno di una spada. Basta un fucile a pompa, un termometro a -20°C e la volontà di chiamare i fatti con il loro nome.

Tag

#Normal #Ben Wheatley #Bob Odenkirk #Derek Kolstad #neo-western

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