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Festival

Oasis: don't look back in anger al lido, il peso sacrale del perdono e della musica

Il documentario sugli Oasis presentato a Venezia 83 non è un ricordo patinato ma un verbale di sopravvivenza. Analisi di come il perdono diventi liturgia collettiva tra palcoscenico e telecamera.

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Oasis: don't look back in anger al lido, il peso sacrale del perdono e della musica

La tensione era già l’unico vero protagonista del teaser; ora quel filo teso si è fatto carne, voce e silenzi pesanti. Presentato fuori concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia il 5 settembre, il documentario non cerca di addomesticare due fratelli che hanno costruito un impero sul disordine, ma registra il processo di sopravvivenza passo dopo passo. La scelta di proiettarlo nella Sala Grande ha fornito una conferma immediata: qui non si parla di nostalgia, ma di architettura sonora e relazionale.

Ne avevamo gia’ parlato in Oasis: Don’t look back in anger, il ritorno tra palcoscenico e telecamera, dove analizzavamo la cruda rappresentazione del primo colloquio congiunto dei Gallagher dopo ventisei anni e il rifiuto della retorica edulcorata a favore di una narrazione fatta di silenzi e fragilità.

Il Lido e la liturgia del rumore bianco

La presenza al Lido non è stata un gesto di marketing fine a se stesso. Liam e Noel Gallagher hanno preferito disertare la conferenza stampa, lasciando che a parlare per loro fossero i registi Dylan Southern e Will Lovelace, insieme allo sceneggiatore Steven Knight. Una mossa coerente con il carattere del progetto: quando si documenta un microcosmo politico in continua trattativa, le immagini valgono più di qualsiasi comunicato stampa. Il fotocall al palazzo del casinò ha fornito solo l’immagine necessaria, mentre la sostanza è stata affidata a 123 minuti di montaggio serrato. La regia rinuncia alla leggenda per documentare il meccanismo, alternando footage esclusivo delle sessioni di prova a reazioni dei fan mai catturate prima durante il tour “Oasis Live ’25”, andato in scena dal 4 luglio al 23 novembre 2025 tra Cardiff e San Paolo. Non si tratta di un semplice film-concerto, ma di un esperimento registrato con 18 telecamere e affidato a direttori della fotografia che conoscono la luce come un altro strumento ritmico.

Il perdono come atto liturgico

Al centro del lavoro non c’è la retorica da redenzione musicale, un genere ormai stantio e pericoloso quando usato per lucidare i bordi di un conflitto. C’è il peso di un credo collettivo che ha atteso oltre quindici anni una specie di resurrezione. Le dichiarazioni sono taglienti, prive di qualsiasi artificio narrativo. Liam ammette che «gli anni migliori siano effettivamente andati a farsi fottore», ma invita ad andare avanti portando dietro «il ricordo di ciò che siamo stati». Noel aggiunge con una titubanza onesta, quasi fisica: «molliamo il rancore». Non sono frasi da copione. Sono la mappa precisa di chi sa che il disordine non si controlla, si gestisce. Il giro di violino in Whatever, l’epicità di Champagne Supernova e il ritmo di Morning Glory si trasformano in liturgia per generazioni che hanno atteso una resurrezione senza odio né rancore. La fragilità non viene editata per renderla rassicurante, ma tenuta a vista come unica garanzia di veridicità. Il sound design di Tarn Willers e James Mather, unito alla direzione della fotografia di Haris Zambarloukos, crea un ambiente dove sudore, lacrime e voce diventano materia narrativa.

Contro l’oblio digitale

L’uscita nelle sale italiane il 10 settembre, seguita da quella internazionale dell’11 settembre e dalla disponibilità su Disney+ entro la fine del 2026, rivela una strategia bipolare che il trailer, tuttavia, si rifiuta di piegare alla logica commerciale. Le immagini non sono tagliate per adattarsi a clip verticali o a loop da social network. Mantengono una durata che costringe lo spettatore a restare nel momento presente, senza fretta di riassumere. Se il documentario saprà preservare questa disciplina in fase di post-produzione, avrà vinto la metà della battaglia contro l’oblio algoritmico. Altrimenti rischierà di finire nel cimitero dei docufilm musicali che spiegano perché la magia non si riproduce, ma si conserva solo come ricordo. La reunion non è una festa. È un esperimento di sopravvivenza registrato passo dopo passo.

«Sarà il caos», avverte Liam alla fine del trailer, e in quelle due parole è racchiuso tutto il rischio di un progetto che non può permettersi di addomesticare il proprio soggetto. Perché quando si parla di fratelli che hanno costruito un impero sul disordine, l’unica cosa più pericolosa della nostalgia è la sua versione editata per il consumo domestico.

Tag

#Oasis #documentario musicale #Venezia 83 #Liam Gallagher #Noel Gallagher

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