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Portrait of god, il casting di Chase Infiniti e l'horror religioso firmato da Jordan Peele e Sam Raimi

Chase Infiniti protagonista del debutto alla regia di Dylan Clark. Analisi del progetto Lionsgate prodotto da Jordan Peele e Sam Raimi.

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Portrait of god, il casting di Chase Infiniti e l'horror religioso firmato da Jordan Peele e Sam Raimi

Non capita spesso di vedere un’attrice emergere dal caos scenico di Paul Thomas Anderson e atterrare direttamente nelle mani di due giganti del genere horror. Chase Infiniti, giovane rivelazione de Una battaglia dopo l’altra, è stata scelta per interpretare la protagonista di Portrait of God, il nuovo film Lionsgate firmato dal giovane regista Dylan Clark, già al lavoro sul nuovo Blair Witch. La notizia, confermata lo scorso 1° ottobre, non è solo un casting: è un segnale chiaro delle correnti sotterranee che muovono l’horror contemporaneo. Il progetto, nato come cortometraggio virale su YouTube, sta per essere espanso in un lungometraggio a tutto campo, con la sceneggiatura firmata da Clark insieme a Joe Russo.

La svolta di Dylan Clark e il peso del grande salto

I registi che arrivano dal web sono sempre un terreno minato. O si cade nell’arroganza tecnica, o si scopre una voce autentica. Clark non ha bisogno di dimostrare nulla in termini di carriera pregressa, perché il suo cortometraggio Portrait of God ha già fatto il lavoro sporco: milioni di visualizzazioni su YouTube, una narrazione compatta di sette minuti che trasforma una presentazione di diapositive in un incubo silenzioso. La storia segue una giovane donna devota che mostra le immagini di un dipinto misterioso. Per alcuni è un vuoto nero; per altri, un inquietante sorriso che ti fissa dall’altra parte della tela. Espandere quel nucleo minimo a un film richiede non solo coraggio, ma una disciplina visiva rara. E qui entra in gioco il co-sceneggiatore Joe Russo. Non parlo del regista dei Marvel, ma di un collaboratore di lungo corso che sa come costruire tensioni narrative senza appesantirle con convenzioni da blockbuster. Il passaggio dal formato breve al lungometraggio non è un titolo onorifico: è una prova di resistenza. Clark dovrà governare l’atmosfera senza cadere nel didascalismo tipico dei primi film, e la scelta di Infiniti per il ruolo centrale è chirurgica. La sua recitazione, già apprezzata in Una battaglia dopo l’altra, si basa su un contenuto espressivo che parla attraverso lo sguardo, non attraverso i dialoghi. Un’attrice che sa ascoltare il silenzio è esattamente ciò che un horror psicologico richiede.

Il tandem Peele-Raimi e le aspettative produttive

Quando Jordan Peele e Sam Raimi decidono di firmare insieme un progetto, le parole cambiano tono. Monkeypaw Productions e Ghost House Pictures entrano in sinergia per la prima volta nella loro storia produttiva. È un evento che merita attenzione, perché non si tratta di un semplice appannaggio commerciale. Peele porta con sé una sensibilità sociologica precisa, capace di trasformare il terrore domestico in specchietto per le allodole culturali. Raimi, da parte sua, è un maestro del ritmo e della fisicità scenica, colui che sa far ballare i personaggi sul filo dell’orrore viscerale come in Drag Me to Hell o nel suo esordio con La Casa. Unire queste due sensibilità non è semplice: rischiano di annullarsi a vicenda, di diventare un prodotto ibrido senza denti. Ma se il tandem riesce a fondere la preoccupazione concettuale del primo con l’istinto viscerale del secondo, Portrait of God potrebbe diventare un punto di riferimento per l’horror religioso degli anni Trenta. Lionsgate ha acquisito il progetto dopo le prime indicazioni che puntavano verso Universal Pictures, una mossa che conferma la volontà dello studio di investire su voci nuove piuttosto che su franchise stremate. La produzione avrà i suoi tempi: l’annuncio iniziale, con Universal, risale al dicembre 2025, e ora che il casting è chiuso, si tratta di vedere come l’equilibrio tra suspense psicologica e azione fisica verrà mantenuto in post-produzione.

Tra fede, ossessione e lo schermo di YouTube

L’horror religioso vive su un filo sottile. Se scivola nel dogma, diventa predicazione. Se oscilla troppo verso il macabro, perde la sua anima concettuale. Portrait of God gioca proprio su questa tensione: la ricerca del divino attraverso l’ossessione visiva, il dubbio che si insinua quando uno spettatore giura di vedere un volto in una macchia nera. La materia nasce da un formato breve, dove ogni inquadratura deve essere un taglio netto. La fede non viene spiegata: viene subita. E questo è il lavoro del giovane regista e della sua attrice protagonista. Non serve un cast stellare per vendere paura, servono gesti giusti e una direzione fotografica che sappia respirare. Clark ha già dimostrato di capire come strutturare l’attesa in pochi minuti. Trasferire quella struttura su un lungometraggio richiederà disciplina, ma non vedo motivi per dubitare della materia prima. Il nuovo Blair Witch Project, che Clark dirige come primo lungometraggio per Lionsgate, conferma una traiettoria precisa: il cinema di terrore sta cercando registi che parlino il linguaggio digitale senza esserne schiavi, e un cortometraggio che ha fatto viralità su YouTube è già un test di mercato perfetto.

Il terror non nasce mai dall’immagine che mostra troppo, ma da quella che chiede al pubblico di completare il vuoto con le proprie ombre.

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#Portrait of God #Chase Infiniti #Jordan Peele #Sam Raimi #Lionsgate

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