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Primetime e la gogna mediatica: il debutto di Lance Oppenheim al Lido

La premiere veneziana del primo lungometraggio di Lance Oppenheim, con Robert Pattinson che smonta il mito di To Catch a Predator e l'estetica mediatica degli anni Duemila.

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Primetime e la gogna mediatica: il debutto di Lance Oppenheim al Lido

Il Lido non ha sempre accolto con favore i primi passi dei registi che provano a tradurre l’ansia di un’epoca in lunghezza d’onda visiva. Eppure, quando Lance Oppenheim, classe 1996 e abituato alle telecamere documentaristiche, ha consegnato Primetime alla rassegna veneziana il 5 settembre 2026, il silenzio nella sala è stato interrotto da un fruscio di nastro VHS immaginario. Non si tratta di un nostalgico revivalismo, ma di una dissezione chirurgica del millennio a cavallo degli anni Duemila. Oppenheim non cerca l’aneddoto storico; scava nelle fondamenta mediatiche che hanno plasmato la nostra relazione con il giudizio pubblico. E lo fa affidandosi a un attore che ha passato gli ultimi anni a smantellare i propri archetipi: Robert Pattinson, qui anche produttore esecutivo e interprete di Chris Hansen.

La metamorfosi di un cacciatore

Pattinson non si limita a “fare” Hansen. Lo respira fino alle ossa, trasformando la figura pubblica del conduttore in una presenza quasi mitologica, fredda e magnetica. Come ha dichiarato sul red carpet lido: «In quel programma c’era qualcosa di elettrico, di innovativo, che ha rotto le regole della televisione». Un’affermazione che suona meno come omaggio e più come dichiarazione di intenti registici. Il vero Hansen era un uomo d’ordini, ma Oppenheim (che all’epoca dei fatti aveva appena dieci anni) gli regala una gravità da Tony Montana in abiti da giornalista: cinico, calcolatore, ossessionato dal controllo narrativo. Pattinson, già osservato alle prese con la decostruzione di personaggi mainstream in progetti come L’Odissea, qui spinge verso un minimalismo emotivo inquietante. Non c’è traccia di compiacimento periclitante o di simpatia calcolata. C’è solo la mechanics di un uomo che sa di dettare le regole del gioco e ne gode in silenzio. Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers completano il quadro con una precisione da orologeria, ma il peso specifico della narrazione rimane saldamente sulle sue spalle, dimostrando che l’attore britannico ha finalmente abbandonato la ricerca dell’eroina romantica per abbracciare l’ambiguità morale.

Estetica Y2K e gogna mediatica

Il vero cuore pulsante di Primetime batte nel linguaggio visivo della prima decade del nuovo millennio. Le vibrazioni Y2K non sono un vestito d’epoca cucito appositamente, ma l’aria che si respira in ogni inquadratura. Le luci al neon delle stazioni di polizia, i monitor a tubo catodico, la grana dei nastri di sicurezza, il ritmo serrato e spudorato del montaggio: tutto concorre a ricreare un’atmosfera in cui la verità era già un prodotto editoriale. Oppenheim, con una sceneggiatura di Ajon Singh tratta dall’indagine di Luke Dittrich, non si sofferma sul moralismo facile che ha caratterizzato le repliche televisive del periodo. Anzi, sposta l’asse sulla performance come strumento di potere. To Catch a Predator era un format che trasformava l’arresto in spettacolo, e il film lo smonta mostrando i fili del controllo. La televisione non salvava nessuno; lo intrappolava. Questa lettura è pericolosa, ma necessaria. In un’epoca in cui la gogna digitale ha sostituito le telecamere nascoste e l’empatia è diventata una valuta inflazionata, Primetime funziona come un manuale di archeologia mediatica. Non condanna né assolve; mostra gli ingranaggi di un sistema che ci ha abituato a giudicare in diretta, senza possibilità di appello.

Fuori dai binari della narrazione tradizionale

La scelta di Oppenheim di affidarsi a un’architettura narrativa quasi documentaristica, pur restando nel campo della finzione, ricorda le pulsioni degli anni d’oro del cinema indipendente americano, con quel retrogusto dei Safdie Brothers che la critica ha già segnalato. Ma non si tratta di emulazione. È una scelta di metodo: la lentezza controllata, i dialoghi spezzati, il focus su dettagli trascurati (un microfono mal posizionato, lo sguardo fugace verso un monitor) costruiscono una tensione che non ha bisogno di colpi di scena. A24, che qui cerca di superare quella che la critica definisce una crisi narrativa, scommette su un’opera che non chiede compiacimento. Primetime non è un film sulla pedofilia, è un film sul voyeurismo istituzionale e sulla costruzione del mostro per fini di ascolto. Venezia 83, con la sua programmazione sempre più attenta a separare il rumore mediatico dal lavoro effettivo, aveva bisogno di questa proiezione fuori dai binari tradizionali. Ci vuole coraggio, oggi, raccontare un eroe televisivo senza infondergli la grazia della redenzione. Oppenheim e Pattinson hanno scelto invece di lasciarci soli con lo schermo, costringendoci a guardare ciò che il conduttore cercava disperatamente di nascondere: la fame di pubblico.

“Non stiamo mai guardando la verità quando crediamo di assistere ad un arresto in diretta. Stiamo solo guardando uno specchio che ci mostra quanti siamo disposti a pagare per lo spettacolo altrui.”

Tag

#Primetime #Venezia 83 #Lance Oppenheim #Robert Pattinson #Cinema Y2K

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