Primetime tra giornalismo e gogna: Lance Oppenheim smonta l'eroe televisivo
Lance Oppenheim smonta il mito di Chris Hansen in Primetime: analisi del processo creativo, della docuphantasia e del voyeurismo istituzionale dietro il format che ha cambiato la tv.
Come sviluppato nel reportage sul suo arrivo al Lido, Primetime e la gogna mediatica: il debutto di Lance Oppenheim al Lido non era una semplice prima proiezione, ma l’apertura di un dossier. Per comprendere la portata dell’opera prodotta da A24 con Ari Aster tra i produttori, bisogna scendere nei processi che hanno costruito questa macchina da presa. Non si tratta di biografia, né di saggio sociologico. È un’operazione chirurgica sul confine tra indagine e intrattenimento, guidata da una visione precisa: mostrare come la gogna televisiva abbia trasformato la giustizia in un prodotto di consumo.
La genesi della “docuphantasia” e il peso di un’immagine
Oppenheim ha definito il suo approccio narrativo docuphantasia, un termine che suona accademico ma nasconde una pratica molto concreta: esaltare l’esperienza soggettiva per trasformare la cronaca in affresco. Il regista, classe 1996, non ha guardato i file originali di To Catch a Predator (2004-2007) quando aveva dieci anni. Li ha incontrati attraverso le parodie di South Park, gli sketch di Human Giant e il caos digitale di eBaum’s World. Quel distacco cronologico si rivela un vantaggio narrativo fondamentale. Oppenheim non deve difendere o accusare Hansen; deve decodificarne l’architettura.
Il conduttore, nato a Chicago il 13 settembre 1959, non era un semplice giornalista di Dateline NBC. Era il regista inconscio di uno spettacolo in cui la verità diventava merce editoriale. La sceneggiatura di Ajon Singh, tratta dall’indagine di Luke Dittrich, segue questo filo senza mai indulgere al moralismo da salotto. Il film non condanna Hansen; lo espone. E qui sta la sua forza: rifiuta il lusso della redenzione o della demonizzazione per mostrare i meccanismi di potere che hanno abilitato quel formato. Dopo il 2007, Hansen ha continuato a sviluppare format simili, conducendo Killer Instinct nel 2015 per Investigation Discovery e Crime Watch Daily per due stagioni, confermando una carriera alimentata dalla stessa ossessione narrativa. Oppenheim la smonta senza pietà.
Pattinson e la mechanics del controllo
Robert Pattinson, presente anche come produttore esecutivo, non interpreta Hansen con la simpatia di un eroe o la condanna di un mostro. Ne applica la meccanica. L’attore ha abbandonato da tempo la ricerca dell’eroina romantica per abbracciare l’ambiguità morale, e in Primetime spinge verso un minimalismo emotivo che ricorda le pulsioni dei Safdie Brothers, senza mai scadere nella replica stilistica. Pattinson respira quella gravità che Oppenheim ha definito “iconica come Tony Montana”: cinica, calcolatrice, ossessionata dal controllo narrativo.
Ogni inquadratura sul suo volto è un esercizio di trattenimento. Non c’è compiacimento eccessivo. C’è la consapevolezza di un uomo che dettava le regole del gioco e ne godeva in silenzio, trasformando l’arresto in spettacolo. Al suo fianco, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers costruiscono un contrappunto umano preciso come orologeria, ma il peso specifico della narrazione resta saldamente sulle spalle di Pattinson. La performance come strumento di potere non è un omaggio; è una dissezione. Oppenheim e Pattinson hanno scelto di lasciarci soli con lo schermo, costringendoci a guardare ciò che il conduttore cercava disperatamente di nascondere: la fame di pubblico.
Fuori dallo schermo, dentro le nostre complicità
L’uscita italiana, in sala il 15 ottobre 2026 con I Wonder Pictures, arriva in un momento in cui la gogna digitale ha sostituito le telecamere nascoste e l’empatia è diventata una valuta inflazionata. Oppenheim e Ari Aster hanno scelto di non chiedere compiacimento al pubblico. Primetime non è un film sulla pedofilia; è un film sul voyeurismo istituzionale e sulla costruzione del mostro per fini di ascolto. La grana dei nastri di sicurezza, le luci al neon delle stazioni di polizia e il ritmo serrato del montaggio ricreano un’atmosfera in cui la verità era già un prodotto editoriale. Il regista ci obbliga a riconoscere che non assistiamo mai a un arresto in diretta.
“La televisione non salvava nessuno; lo intrappolava. E noi, seduti davanti al tubo catodico, eravamo già complici.”
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