Rider, il trailer ufficiale e l’ingresso in Settimana della Critica di un crossover tra cinema e ritmo
Trailer italiano e selezione alla 41ª edizione della SIC per Rider, opera ibrida di Roan Johnson e Dade. Analisi del film che scardina le regole del musical contemporaneo.
Il mondo del cinema italiano cerca da anni un ponte stabile tra la pagina scritta e le colonne sonore che scandiscono la vita reale. Con Rider, scritto e diretto da Roan Johnson in coppia con Davide Pavanello, noto come Dade, quel ponte non è solo una promessa: è stato già gettato. Il trailer italiano appena diffuso ci mostra un’opera che non si limita a usare la musica come sfondo atmosferico, ma ne fa il tessuto narrativo stesso. La selezione come film di chiusura della quarantunesima Settimana Internazionale della Critica, in programma dal 2 al 12 settembre a Venezia, è il primo segnale concreto che l’operazione ha ambizioni precise e una struttura solida.
La scommessa sul ritmo
Johnson non è un esordiente alla regia. Ha già firmato I primi della lista, Piuma e Fino a qui tutto bene, dimostrando di saper dosare la malinconia urbana con una regia asciutta ma efficace. Accostarlo a Dade, storico bassista dei Linea 77 e tra i produttori più richiesti della scena contemporanea, potrebbe sembrare un espediente commerciale, un modo per aggirare il pubblico giovane con nomi già consacrati. Il trailer, però, smentisce questa lettura frettolosa. Qui la musica non è appiccicata al montaggio per dare velocità; è il metro stesso della narrazione. I personaggi si muovono a tempo, le pause respirano come un beat, i dialoghi cedono il passo a frammenti strumentali che fanno da contrappunto emotivo. Lorenzo Aloi e Kaze guidano un cast che include Margherita Vicario e Claudio Santamaria, ma è la regia a tenere insieme le tessere: non c’è spazio per l’ego, solo necessità scenica. Il rischio era quello di cadere nell’estetizzazione fine a se stessa. La struttura ritmica scelta da Johnson evita questa trappola, trasformando il brano in un personaggio silenzioso che accompagna le azioni senza mai sovrastarle.
Il peso della Settimana della Critica
Scegliere Rider come film di chiusura non è un gesto casuale. La sezione autonoma organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani nasce nel 1984 per volontà di Lino Micciché con uno scopo preciso: dare voce alle prime opere, quelle che ancora non hanno nulla da dimostrare e tutto da rischiare. In passato ha lanciato Mike Leigh, Sergio Rubini e autori oggi fondamentali. Oggi il suo statuto si è allargato, ma la vocazione resta la stessa. Portare avanti un progetto che nasce dall’esperienza di Johnson e dalla prima regia assoluta di Dade significa scommettere su un modello ibrido: chi conosce già il linguaggio del set incontra chi domina le frequenze della produzione moderna. Il risultato non è sempre lineare, e questo va ricordato ai puristi dello schermo nero e bianco. Ma se il film saprà mantenere la tensione senza scadere nel videoclip estetizzante, avremo tra le mani un documento generazionale di rara onestà. La SIC non cerca il capolavoro perfetto; cerca l’autore che ha trovato la propria lingua. Qui la lingua è già stata parlata.
Tra palchi e proiettori
I Wonder Pictures ha fissato l’8 ottobre per la distribuzione nazionale, anche se alcune indiscrezioni parlano di un’uscita anticipata al 24 settembre: nel mercato attuale, il calendario conta meno della capacità dell’opera di lasciare una traccia. Rider non è un film che chiede di essere visto una volta e dimenticato; è costruito per essere vissuto in più passaggi, per lasciare frequenze anche dopo i titoli di coda. HBO Max ha partecipato alla produzione, Rai Cinema è tra i produttori, ma nulla in questo trailer tradisce il peso delle case di distribuzione: la voce rimane quella degli autori. Ci troviamo di fronte a un’opera che usa il presente come palinsesto, non come scenografia. Se il cinema italiano vuole smettere di fare i conti con le generazioni che non frequentano più le sale, deve imparare a parlare il loro ritmo senza tradirlo. Il cinema italiano ha bisogno di queste contaminazioni misurate, di chi sa prendere il linguaggio contemporaneo e lo traduce in un discorso cinematografico. Rider fa esattamente questo: non imita la musica, la respira.
“Il ritmo non è un accessorio del cinema, è la sua pulsazione vitale. Quando smettiamo di aver paura di perderlo al taglio, ritroviamo le frequenze che credevamo spente.”
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