Roma Film Fest 2026: la geografia emotiva di un concorso che non chiede scuse
Panoramica sui film in gara e fuori concorso della 21ª edizione del Rome Film Fest. Analisi della direzione artistica, selezione Progressive Cinema Competition e anteprime Grand Public.
La direzione artistica di Paola Malanga non si limita a tracciare linee guida: le traduce in programmi che parlano al presente. Dal 13 al 25 ottobre, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone tornerà a battere all’unisono. Non si tratta di un calendario turistico, ma di una dichiarazione di intenti scritta in caratteri di proiezione. La ventunesima edizione ha smontato i binari tradizionali per costruire un percorso dove la forma segue l’urgenza, non l’etichetta.
Il contesto lo avevamo gia’ delineato in Festa del cinema di Roma 2026: il concorso Progressive e la sfida di una rassegna che vuole parlare al futuro.
Il concorso che non riconosce le etichette
La selezione Progressive Cinema Competition è il cuore pulsante di questa scelta curatoriale. Eliminare la distinzione tra finzione, documentario e animazione non è un espediente per riempire una lista, ma un atto di onestà intellettuale. La programmazione lo dimostra senza ambiguità. Brianza di Simone Catania (118 minuti) arriva con il peso della realtà regionale, interpretato da un cast solido come Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi. In parallelo, Diego Luna firma Ceniza en la boca, un film messicano-spagnolo che dimostra come la denuncia non abbia bisogno di filtri estetici per essere efficace. La poliedricità della selezione prosegue con Closure di Michał Marczak, Congo Boy di Rafiki Fariala e Dua di Blerta Basholli. Non è un caso che le voci siano così distanti geograficamente ma unite da una stessa urgenza narrativa. Il concorso non chiede perfezione tecnica o potenziale commerciale; chiede chi sappia guardare il presente senza abbassare lo sguardo.
Grand Public: quando la classicità diventa atto rivoluzionario
Se il concorso punta al futuro, la sezione Grand Public sceglie di dialogare con il passato per rinnovarne il linguaggio. Tre titoli in anteprima mondiale sembrano appartenere a un’altra epoca. Paolo Genovese torna con Il rumore delle cose nuove, ma è la programmazione fuori concorso a rivelare una sorpresa più strutturata. Bille August, due volte vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1988 e nel 1992, presenta Me, You, co-produzione italo-francese ambientata nel dopoguerra italiano. Il film segue Marco e Caia, interpretati da Brian Cox e Tim Roth, in una narrazione che privilegia il ritmo umano rispetto alla frantumazione formale. Ancora più interessante è The Phantom Of The Opera di Alexandre Castagnetti, rielaborazione in lingua francese del romanzo di Gaston Leroux. Deva Cassel, Julien De Saint-Jean e Romain Duris condividono lo schermo con i ballerini Guillaume Diop e Dorothée Gilbert, restituendo al melodramma una fisicità che il digitale spesso appiattisce. In un’epoca di narrazioni frammentate, offrire al pubblico storie lineari ma ben costruite non è un ritorno al conservatorismo: è un atto di rispetto per la pazienza dello spettatore.
Il vero test: tra agorà e vetrina
La programmazione del 2026 mette alla prova una delle tensioni più antiche dei festival: il bilanciamento tra accesso democratico e rigore curatoriale. I tredici giorni di festa non sono un riempitivo stagionale, ma un invito a seguire un ritmo. Le sezioni non competitive, i restauri del patrimonio e le proiezioni speciali mostrano una rassegna che non disdegna il grande pubblico, ma lo considera parte integrante del processo culturale. Il riconoscimento FIAPF porta visibilità internazionale, ma anche la responsabilità di non trasformarsi in una parata industriale. La Sala Grande resterà il palcoscenico, ma la vera misura di questa edizione si leggerà nei corridoi, nelle discussioni post-proiezione e nella capacità del pubblico di votare film che interrogano il presente invece di confortarlo. Se la rassegna saprà mantenere questa tensione tra accessibilità e necessità narrativa, Roma confermerà il suo ruolo di termometro culturale, non di specchiera.
“Un festival non si misura dai biglietti venduti o dai nomi in copertina, ma dalla capacità di costringere lo spettatore a uscire dalla sala con una domanda che non sapeva di portare.”
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