Scherzetto di Martone al Lido: tra Servillo, Starnone e il peso delle case vuote
Prime impressioni fuori concorso su Scherzetto di Mario Martone. Analisi della regia, delle interpretazioni e del ritorno a Venezia dopo cinque anni.
Il ritorno sul palcossego della Laguna
Non è un caso se la direzione artistica di questa edizione abbia trattato le pellicole fuori concorso come veri e propri atti di gratitudine. Come ho già rilevato in precedenza, togliere la pressione della competizione significa restituire al cinema la sua dimensione di incontro critico. Mario Martone lo sa bene. Dopo cinque anni dalla partenza di Qui rido io, il regista napoletano torna al Lido con Scherzetto, adattamento dell’omonimo romanzo di Domenico Starnone che debutta il 10 settembre 2026. Non si tratta di un ritorno nostalgico, ma di una riscrittura necessaria. La pellicola, durata centocinque minuti, nasce da quarantotto giorni di riprese a Napoli e racconta Daniele Mallarico, settantenne illustratore in pausa creativa, costretto a condividere la vecchia casa di famiglia con il nipote Mario, bambino di cinque anni. Una situazione apparentemente domestica che Martone trasforma in un terreno di scontro, di memoria e di inquietudine.
La regia come archeologia emotiva
La regia di Martone non cerca il patetismo. Lavora per sottrazione. Inquadrature strette, movimento continuo, una camera che scivola verso il basso in un fluido piano sequenza inaugurale per introdurre Daniele senza spiegazioni superflue. Paolo Carnera alla fotografia e Jacopo Quadri al montaggio costruiscono un ritmo respirato, dove il silenzio pesa più delle battute. Martone definisce Starnone universale e parla di un carattere prismatico del testo: comico, drammatico, inquietante, quasi una ghost story. Il risultato è un film che rifiuta l’etichetta del dramma familiare per abbracciare il thriller psicologico domestico. Non ci sono mostri sotto il letto. I fantasmi sono nei ripensamenti, nelle pareti di un appartamento affacciato sui binari della stazione di Napoli, dove il tempo non scorre ma si accumula. La sceneggiatura, co-firmata con Ippolita di Majo, evita le cadute sentimentali. Ogni dialogo è una trappola linguistica. Il cinema qui non illustra la letteratura: la decostruisce per renderla carne viva. L’archeologia del quotidiano diventa l’unico vero motore narrativo, scavando negli strati di un’esistenza che ha smesso di guardare al futuro.
Servillo e i fantasmi del quotidiano
Toni Servillo dà vita a Daniele Mallarico con una precisione chirurgica. Non recita l’invecchiamento, ma ne indugia nella stasi. I suoi occhi registrano il mondo come un artista che ha esaurito i colori: ogni gesto è calcolato, ogni reazione trattenuta. Accanto a lui, Lorenzo Perrotta (nel ruolo del nipote) rappresenta la vitalità caotica, l’antidoto al paralizzante ricordo. La tensione tra i due non si risolve in un abbraccio finale. Martone e Serena Rossi, che veste la figlia Betta, costruiscono un triangolo emotivo dove la comunicazione è sempre a metà strada. Leonardo Lidi, Giovanni Ludeno e Gianluca Di Gennaro completano il quadro con presenze necessarie ma mai sovrabbondanti. Il film non ha bisogno di grandi scoppi. Vive di micro-tensioni, di sguardi che si incrociano e si ignorano. Servillo consegna una delle sue interpretazioni più contenute e più feroci: un uomo che cerca di disegnare il presente mentre il passato gli sale per le scale. La produzione curata da Mad Entertainment, Rai Cinema e Picomedia ha garantito alla troupe di 67 persone, di cui 43 locali, il respiro necessario per trasformare un appartamento in un laboratorio di osservazione umana.
Scherzetto non è un film che chiede di essere applaudito a caldo. Chiede di essere smontato, pezzo per pezzo, come si smonta una casa abitata troppo a lungo. La distribuzione italiana affidata a 01 Distribution gli darà il tempo necessario per trovare il suo pubblico, ma al Lido funziona già come monito: il cinema italiano può ancora raccontarci le case vuote senza cadere nella malinconia da cartolina.
“Un cinema che si guarda allo specchio non ha bisogno di specchi incrinati: basta una finestra aperta su un cortile napoletano, e il resto lo fa il silenzio.”
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