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Serpenti di Roberto De Paolis Maino e l'assurdo burocratico

Recensione di Serpenti: Roberto De Paolis Maino e i Fratelli D'Innocenzo trasformano un delitto senza movente in un affresco istituzionale sull'alienazione contemporanea.

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Serpenti di Roberto De Paolis Maino e l'assurdo burocratico

Non serve molto per capire dove siamo finiti. Basta osservare Paolo Marra, interpretato con una stanchezza da manuale da Leonardo Lidi, mentre si presenta in un commissariato dopo aver ucciso sua moglie. Le ragioni del gesto sono vaghe, forse inesistenti, e questo è già il primo colpo di scena: in un paese che ha insegnato a interrogare ogni movente fino a spezzarlo, qui l’atto criminale emerge come sintomo, non come trama. Roberto De Paolis Maino non costruisce un giallo. Costruisce una gabbia.

Il delitto senza movente e il loop istituzionale

La sceneggiatura, condivisa con i Fratelli D’Innocenzo, parte da uno spunto narrativo apparentemente semplice e lo trasforma in un meccanismo a molla che non si carica mai davvero. Paolo cerca il castigo. Trova invece una procedura che lo ingoia senza digerirlo. Gli agenti all’ingresso, tra cui la presenza silenziosa di Daniele Parisi, e l’avvocato d’ufficio interpretato da Pietro Castellitto non elaborano la sua resa. La burocrazia qui non è sfondo: è antagonista. Funziona come un filtro che toglie aria a ogni tentativo di spiegazione, trasformando il commissariato in una stanza delle specchi dove ogni parola rimbalza e torna vuota. È un esercizio di scrittura spregiudicato, quello dei D’Innocenzo, che rifiuta la logica causale per abbracciare l’assurdo senza mai cadere nella mera astrazione. Il risultato è un film piccolo ma intelligente, divertente e pieno di buone idee, come ha notato Federico Gironi su Comingsoon.it il 15 settembre 2026, ma la sua forza sta nel non dare tregua al pubblico.

La regia di un ingranaggio che non frena

Dire Serpenti richiede una mano ferma sul ritmo e una disciplina quasi chirurgica nei movimenti di camera. De Paolis Maino ci riesce con una precisione che ricorda il lavoro fatto su Princess, presentato a Venezia nel 2022, ma qui la tensione è più acuta. Il regista non cerca l’effetto scenico: cerca il peso fisico della permanenza. Ogni inquadratura sembra misurare il tempo morto, ogni pausa è calcolata per far sentire al pubblico la stessa asfissia che prova Paolo. La direzione del cast funziona come un manuale di recitazione essenziale dove nessuno si distrae in virtuosismi. Lidi porta avanti un personaggio che non ha voce perché gliel’hanno sottratta, l’agente interpretato da Alessandro Borghi si muove con una fluidità quasi ipnotica ma completamente scollegata dal dramma reale, e Parisi rimane immobile come un reperto archeologico in attesa di essere scavato. Il cinema italiano a volte cerca il grandioso per compensare la mancanza di sostanza. Qui la potenza nasce dalla resa al minimo sintomo.

Si ride per non piangere: lo specchio sociale

C’è chi ha voluto leggere nel suo tessuto narrativo il teatro dell’assurdo e i fantasmi di Sartre, Buzzati e Camus. La critica di Damiano Panattoni su Movieplayer.it del 5 settembre 2026 ha centrato la chiave di lettura con un’espressione che non merita fronzoli: si ride per non piangere. Non è un complimento di circostanza. È il patto d’argento tra regista e spettatore. Serpenti non indulge nel pessimismo fine a se stesso, ma mostra come l’assuefazione alla violenza e all’inghippo amministrativo sia diventata la normalità quotidiana. La redenzione non arriva attraverso un dialogo epifanico o una svolta morale: arriva solo quando si smette di cercare una porta dove non c’è. È un trattato umano su cosa sia diventata la società, un meccanismo che inghiotte e toglie l’aria, come ha scritto Panattoni, ma funziona perché non pretende di salvare nessuno. Rappresenta invece ciò che rimane quando le istituzioni perdono il contatto con l’umano senza nemmeno accorgersene.

De Paolis Maino non firma un manifesto. Firma un referto. E i referti, per quanto scomodi, sono gli unici documenti che restano dopo che la polvere si è depositata.

La burocrazia non uccide con il fucile, ma con il timbro: e Serpenti sa che l’unico modo per uscirne è smettere di aspettare un verbale che non arriverà mai.

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#Serpenti #Roberto De Paolis Maino #Fratelli D'Innocenzo #Leonardo Lidi #Cinema italiano

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