Star Wars torna alla dinastia: Jon Watts e Simon Kinberg aprono la decima puntata
Lucasfilm sceglie Jon Watts per dirigere il primo capitolo di una nuova trilogia Skywalker. Analisi della scelta creativa, del ruolo di Daisy Ridley e delle implicazioni per il futuro del franchise.
Dopo aver analizzato a fondo la rinuncia di George Lucas ai tre capitoli che avrebbe voluto dirigere, è inevitabile chiedersi cosa ne sia della galassia che lui ha disegnato. La risposta arriva oggi con una mossa chirurgica: Lucasfilm ha scelto Jon Watts per dirigere il primo film di una nuova trilogia Skywalker, segnando un ritorno ufficiale alla dinastia che ha definito l’universo nei primi nove episodi. Questa decisione non è un semplice cambio di regista, ma il segnale che la produzione sa di dover riprendere in mano le redini della narrazione principale, dopo anni di espansioni trasversali e tentativi di diversificazione. Come osservato in passato, il creatore aveva già avvertito che il tempo, più di qualsiasi budget, costringe a scegliere tra completare l’opera e lasciarla respirare da sola. Oggi Lucasfilm ha deciso che è ora di costruire di nuovo la cattedrale, anche se con mattoni diversi.
La vicenda si collega direttamente a George Lucas e i tre capitoli perduti di Star Wars.
Il ritorno alla dinastia
Jon Watts, quarantacinque anni, porta in dote una trilogia di Spider-Man (Homecoming, Far From Home e No Way Home) che ha saputo bilanciare azione spettacolare e sviluppo caratteriale, oltre alla co-creazione di Skeleton Crew nel 2024. La scelta non è casuale: Watts ha dimostrato di saper gestire franchise complessi senza soffocare l’empatia dei personaggi sotto il peso della meccanica da blockbuster. Affiancato a lui nella scrittura c’è Simon Kinberg, autore di oltre settanta pagine di sceneggiatura e già veterano del mondo Star Wars con Rebels. Il tandem punta chiaramente a colmare il vuoto narrativo lasciato da The Rise of Skywalker nel 2019, riprendendo il filo cronologico che George Lucas aveva originariamente pianificato come struttura a nove episodi divisi in tre trilogie. Il nuovo capitolo sarebbe l’Episodio X, un ritorno al centro della mappa galattica dopo aver esplorato per anni i margini del canone. Non è un passo indietro, ma una necessità: quando si è dispersa troppe energie in spin-off e antologie, tornare al nucleo familiare non significa nostalgia, ma sopravvivenza narrativa. Watts aveva rinunciato alla regia dei Fantastici Quattro per esaurimento fisico e mentale dopo Spider-Man: No Way Home, trovando poi in questo progetto l’occasione per tornare a puntare sulla coerenza interna piuttosto che sulle sicurezze del mercato attuale.
Tra sviluppo e incertezze
Il progetto resta ancora in fase di sviluppo e non ha ricevuto il via libero definitivo da Disney. Knight Edge Media, Deadline e The Hollywood Reporter ne parlano come del più avanzato tra i film in preparazione, preceduto solo da Star Wars: Starfighter, la regia di Shawn Levy con Ryan Gosling attesa nelle sale il 28 maggio 2027. La mancanza di un greenlight ufficiale è una prassi consolidata: Disney protegge il suo ipercane prima di rilasciare i guinzagli. Sul piano cast, Daisy Ridley è stata presa in considerazione per tornare nei panni di Rey Skywalker, ma il ruolo della Jedi Master resta ancora da definire con precisione. Una scelta prudente, forse troppo. Rey ha chiuso un’era con la sua rinuncia al nome della dinastia; farla rientrare senza una motivazione solida rischierebbe di trasformare il ritorno in un espediente commerciale. Watts e Kinberg dovranno lavorare su un copione che giustifichi ogni suo passo, non solo sul piano emotivo ma su quello strutturale. La galassia ha bisogno di nuovi eroi, ma anche di vecchi compagni di viaggio con una ragione vera per tornare a vestire i panni del passato.
L’eredità di Lucas e il peso del tempo
Non possiamo ignorare che questa scelta avviene nel solco tracciato da chi ha già smesso di firmare con inchiostro. Quando Lucas ammette di aver accantonato tre progetti per mancanza di tempo, sta chiedendo a chi lo sostituisce di non limitarsi a replicare il passato. Dave Filoni e il team di Lucasfilm hanno ereditato un laboratorio, non un museo. Il problema è che i laboratori moderni si riempiono spesso di sperimentazioni a basso rischio quando il fondatore ha già voltato pagina. Riprendere la trilogia Skywalker significa accettare che la mitologia non può essere custodita in una teca: deve evolversi. Come ho già osservato, quando i personaggi tornano non lo fanno per nostalgia, ma perché le conseguenze delle loro scelte precedenti richiedono un nuovo equilibrio. Se Watts saprà evitare la trappola del remake emotivo e Kinberg riuscirà a dare al copione un’architettura solida, il ritorno alla dinastia potrebbe essere proprio ciò di cui il franchise ha bisogno. Altrimenti, rischiamo solo di amplificare il rumore di un cantiere che non sa più dove scavare.
Un franchise non si salva tornando indietro a cercare conforto nel passato; si salva solo quando chi lo dirige ha il coraggio di guardare dove la galassia non è ancora stata mappata.
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