Supergirl e la strategia del DCU: il jolly di Jason Momoa e il debutto di Milly Alcock
Analisi critica dell'uscita di Supergirl, l'ascesa di Milly Alcock e l'uso strategico di Jason Momoa come jolly nel nuovo DCU guidato da James Gunn.
Il peso di una cugina e l’ansia del debutto
Supergirl non è un semplice film. È un test di resistenza per l’intero edificio narrativo che James Gunn e Peter Safran hanno eretto su fondamenta ancora umide. Con l’uscita imminente del 26 giugno 2026, le prime reazioni della critica si concentrano meno sull’eroe in copertina e più sullo spettro che aleggia dietro le quinte: il caos organizzato che arriva dall’Australia sotto forma di Milly Alcock. La giovane attrice non nasconde il terrore del provino, quel jet lag brutale e l’adrenalina a mille che l’hanno portata ad Atlanta senza tregua. Eppure, è proprio quella combinazione di fragilità, ironia nervosa e irrequietezza fisica a convincere gli sceneggiatori del progetto. Il pubblico non cerca più una dea incomprensibilmente serena. Cerca qualcuno che tamburella i piedi, che muove le mani senza sosta, che non nasconde la fatica di essere un’eroina imperfetta. Craig Gillespie, regista di I, Tonya e Crudelia, ha capito che la forza del personaggio risiede nelle crepe, non nel mantello impeccabile.
Lobo: caos calcolato nel nuovo DCU
Mentre si attendono le recensioni ufficiali per capire se Kara Zor-El saprà reggere il peso delle aspettative, l’attenzione mediatica è stata dirottata altrove. Lobo. Dopo aver dominato gli oceani di Atlantide, ora indossa i panni del cacciatore di taglie intergalattico ruvido, caotico e volutamente fuori controllo. Le prime proiezioni riservate alla stampa lo confermano: la performance di Jason Momoa, anche con un minutaggio limitato, ruba ogni scena. Non è più il sovrano nobile, ma l’antieroe fracassone che entra in sala senza bussare. Gunn ha fatto bene a inserirlo qui? Assolutamente sì. Il personaggio funziona come leva di mercato e come segnale narrativo: il nuovo DCU non cerca l’armonia classica degli anni Novanta, ma un disordine controllato. Momoa stesso, parlando con la stampa internazionale, ha lasciato la porta socchiusa su un futuro più ampio nei panni del cacciatore. E i produttori di Burbank stanno già calcolando il ritorno di questa scelta.
Gunn, Safran e il rischio della frammentazione
La strategia dietro le quinte è trasparente. Usare Jason Momoa come jolly nel DCU non è un caso, è una manovra di stabilizzazione. In un panorama cinematografico dove i franchise faticano a mantenere coerenza temporale e tono narrativo, l’attore più riconoscibile al mondo diventa un ponte tra capitoli apparentemente scollegati. Non si tratta di trasformare ogni film in uno spin-off di Aquaman, ma di normalizzare la presenza di un volto che trascina pubblico e critica indipendentemente dalla qualità del copione. È un meccanismo già visto, lo ammetto, e può risultare stucchevole se ripetuto fino all’esaurimento. D’altra parte, in un’era di serialità frammentata, l’asse di Momoa offre una continuità emotiva che i nuovi universi condivisi non possono permettersi di perdere. Il rischio è quello di banalizzare il personaggio a mero gancio promozionale. Ma se la regia di Gillespie e la sceneggiatura mantengono questo equilibrio tra ironia e violenza, il jolly potrebbe rivelarsi un asso vincente.
Quando l’attore diventa il jolly di sistema
Resta da vedere se Supergirl saprà distinguersi dal film che l’ha preceduta, ovvero il Superman del 2025 che ha inaugurato questa nuova era con un incasso di 600 milioni. Gunn e Safran devono dimostrare che non stanno semplicemente riutilizzando le stesse tessere su una scacchiera diversa. La cugina di Clark Kent merita di essere ricordata per la sua umanità, non per quanto tempo ci metterà a comparire in un sequel o in uno spin-off. Il cinema non ha bisogno di più ponti narrativi forzati, ma di personaggi che respirano fuori dalle righe. Se Milly Alcock e Jason Momoa riusciranno a fondere la loro chimica senza trasformare il film in una serie di gag a pagamento, avremo davanti un capolavoro commerciale. Altrimenti, ci accontenteremo di intrattenimento ben confezionato ma dimenticabile.
“Il caos non è l’opposto dell’ordine, è l’ordine che ha smesso di fingere.”
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