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The assessment recensione Elizabeth Olsen e il terrore della genitorialità

La distopia clinica di Fleur Fortuné trasforma l'ansia riproduttiva in un esame burocratico. Una recensione lucida su un thriller che ferisce le certezze.

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The assessment recensione Elizabeth Olsen e il terrore della genitorialità

Fleur Fortuné firma il suo esordio con una precisione chirurgica che pochi registi in carriera raggiungerebbero mai. The Assessment non cerca l’effetto spettacolare: costruisce la sua angoscia tra le pareti di una villa programmata, dove ogni goccia d’acqua e ogni caloria sono calcolate da un algoritmo inappellabile. Siamo in un futuro prossimo, certo, ma non quello apocalittico che ci hanno abituato a vedere nei blockbuster degli ultimi anni. Qui il collasso ambientale è solo lo sfondo, una cornice grigia per raccontare come la società abbia scelto di trasformare l’istinto più antico dell’umanità in un modulo da compilare. La coppia protagonista, interpretata con una tensione nervosa impeccabile da Elizabeth Olsen e Himesh Patel, non affronta eserciti o dittatori. Affronta Virginia, la scrutatrice interpretata da Alicia Vikander, che ha il potere di negare loro il diritto alla genitorialità dopo un’iterazione di sette giorni e un solo tentativo consentito. Basta un modulo da compilare, non eserciti.

L’esame come atto riproduttivo

Il merito maggiore del film sta nel non banalizzare la paura di diventare genitori. Non si tratta di una metafora politica a beneficio degli intellettuali da salotto, ma di un racconto viscerale sul controllo del corpo e sulla mercificazione dell’affetto. Olsen è straordinaria perché mostra il progressivo sgretolamento di chi crede che l’amore basti. La sua Mia non implora, si adatta: studia i criteri della valutazione, modifica il proprio comportamento, cerca di indovinare le variabili invisibili che governano questo “nuovo mondo”. È un ritratto silenzioso e devastante di una società che ha prolungato l’esistenza tramite farmaci quotidiani ma spento qualsiasi forma di spontaneità. La distopia clinica qui non è fatta di muri di cemento armato, ma di protocolli burocratici. A differenza dei racconti generazionali su cui ho scritto in passato, come nell’analisi di The Weight, dove la famiglia era un campo di battaglia emotivo ma libero, qui la procreazione è un dossier archiviato in un armadio digitale. La sceneggiatura non concede tregua: ci costringe a guardare in faccia il paradosso moderno secondo cui vorremmo tutti dei figli perfetti, ma odiamo il controllo necessario per ottenerli.

Il meccanismo del “tentativo unico” non è solo un espediente narrativo: è lo specchio di un’epoca che ha medicalizzato ogni fase della vita, trasformando il concepimento in una gara ad ostacoli dove l’errore non è perdonato. Fortuné capisce che la vera prigione non è la villa, ma la consapevolezza che ci viene detta di essere meritevoli solo se superiamo un test. La pressione psicologica si misura nelle pause del respiro, negli sguardi che scivolano via quando i protocolli falliscono, nella lenta trasformazione di due persone in candidati perfetti a costo di cancellare se stessi.

La regia che respira dentro la stanza

Fortuné evita ogni tentazione didascalica. La telecamera non si allontana mai troppo da Olsen, costringendoci a condividere lo spazio emotivo della protagonista. I dialoghi sono asciutti, privi di quelle spiegazioni tecniche che i film di genere usano spesso per colmare le buche narrative. Quando il film introduce il contrasto con il “vecchio mondo”, la zona degli anarchici reclusi, lo fa con una sobrietà che ricorda più un documentario d’osservazione che un racconto di fantascienza. Il risultato è un thriller psicologico che non ha bisogno di inseguimenti o esplosioni per tenere incollati allo schermo. La tensione nasce dalla domanda: quanto siamo disposti a deformare la nostra identità per soddisfare un sistema che ci giudica in base alla presunta capacità di educare il prossimo? Himesh Patel, spesso relegato a ruoli da romantic lead, qui offre una resa fisica e vocale fondamentale. Il suo Aaryan non è un salvatore: è un compagno di trincea che impara, come la protagonista, che l’amore non basta quando la biologia è diventata una materia d’esame.

Una critica necessaria e perfettamente calibrata

Il cast di supporto, tra cui Minnie Driver e Nicholas Pinnock, fornisce il contrappunto necessario senza mai rubare la scena a chi deve sostenere il peso emotivo del film. La certificazione britannica NR e l’attesa valutazione americana riflettono bene la natura del prodotto: non è un’opera per spettatori che cercano evasione, ma una riflessione fredda e definitiva. The Assessment riesce dove molti suoi predecessori falliscono, dimostrando che il genere distopico può ancora sanguinare se sa guardare allo specchio invece di puntare la telecamera sul futuro. Non è un film che si dimentica dopo i titoli di coda. È uno di quei lavori che ti rimane addosso, come una domanda a cui non sai più dare una risposta soddisfacente. La società che vediamo sullo schermo non ha bisogno di demoni: ha bisogno di un timbro e di una firma.

“Forse il vero mostro distopico non è chi ci controlla, ma la convinzione che esista un esame perfetto per diventare genitori.”

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#The Assessment #Elizabeth Olsen #Fleur Fortuné #distopia #genitorialità

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