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The Bibi Files: il potere che teme le proprie registrazioni

Recensione di The Bibi Files, il documentario di Alexis Bloom e Alex Gibney costruito su ore di interrogamenti trapelati. Analisi del film che smonta la leggenda politica di Netanyahu.

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The Bibi Files: il potere che teme le proprie registrazioni

C’è un momento preciso in cui il cinema documentaristico smette di essere cronaca e diventa archeologia del potere. Non scavano nella terra, ma nei nastri che la politica aveva dimenticato di bruciare. The Bibi Files (2024) non è solo un film. È l’atto d’accusa più lucido mai montato su Benjamin Netanyahu, e lo deve tutto alla pazienza di chi ha deciso di non cercare il colpo di scena, ma di lasciarlo emergere dalle contraddizioni del personaggio stesso. La regia di Alexis Bloom, supportata da una produzione che include Alex Gibney e il giornalista investigativo Raviv Drucker, opera con la freddezza di un chirurgo: incide dove fa male, senza anestetico.

Il materiale che non avrebbe dovuto uscire

Dietro ogni grande inchiesta documentaristica si nasconde sempre un dono sospetto. Qui il dono pesa mille ore. Si tratta di registrazioni degli interrogamenti della polizia israeliana condotti tra il 2016 e il 2018, mai rese pubbliche, consegnate a Gibney nella primavera del 2023 tramite Signal da una fonte rimasta anonima. Il film non avrebbe dovuto esistere: in Israele la visione è vietata per legge, perché violerebbe la riservatezza delle indagini. Eppure, aggirando il divieto con una bandiera internazionale e una distribuzione capillare su Jolt, ha trasformato un tabù legale in un evento culturale. In Italia, dove il film è uscito il 30 settembre in oltre cento sale contemporaneamente, non si parlava di intrattenimento. Si parlava di specchi infratti.

La regia sotto pressione

Bloom non cede al compiacimento complottista. Non ha bisogno di musiche drammatiche o di voci fuori campo che urlino la condanna. Il dispositivo è semplice, quasi asettico: accosta le dichiarazioni di Netanyahu a quelle dei suoi collaboratori più stretti, della moglie Sara e del figlio Yair, fino a farli scontrare con i loro stessi “non ricordo”. Il risultato è una gabbia narrativa in cui il premier si intrappa da solo. Quando Arnon Milchan descrive un sistema di favori fatto di sigari pregiati, champagne e pressioni mediatiche, non serve nessuna didascalia. Le registrazioni parlano da sole. La regia sa quando fermarsi, quando lasciare che il silenzio o la pausa di un interlocutore facciano il lavoro sporco. È una lezione di montaggio politico che farebbe bene a molti colleghi ancora convinti che la verità debba essere imbottita di retorica.

Politica, corruzione e il prezzo del potere

Il punto cruciale del documentario non è solo la ricostruzione delle inchieste per corruzione, frode e violazione della fiducia. È la dimostrazione di come un leader abbia trasformato la guerra in scudo costituzionale. Il film mostra con fredda precisione come Netanyahu si creda Re David, e grazie al conflitto a Gaza abbia potuto saltare le udienze processuali, abbracciando i partiti dell’estrema destra per consolidare il proprio potere. Si dipinge un uomo che non governa un paese, ma gestisce un portafoglio di relazioni pericolose. Ogni regalo di lusso, ogni accordo mediatico, ogni tentativo dei legali di Netanyahu di far incriminare un giornalista come Raviv Drucker, e la parabola di Nir Hefetz, ex consigliere per la comunicazione poi diventato testimone dell’accusa, diventa un tassello di un mosaico in cui la legalità è solo un optional. La corruzione qui non è fatta di contanti nascosti sotto il materasso, ma di influenza calibrata, di silenzi comprati, di una narrazione costruita pezzo per pezzo fino a diventare realtà alternativa.

Guardare The Bibi Files oggi significa affrontare un ritratto che non chiede pietà, né indulgenza. Chiede solo di guardare in faccia il meccanismo che ha permesso a un uomo di sentirsi al di sopra della legge, convinto che la storia lo assolverebbe prima ancora che i tribunali potessero emettere sentenza. Il documentario non è perfetto: alcune sequenze faticano a trovare ritmo quando si allarga il ventaglio dei testimoni, e la densità informativa può risultare opprimente per chi cerca una via d’uscita narrativa facile. Ma è proprio in questa compattezza che risiede la sua forza. Non offre consolazioni. Offre dati, voci, silenzi. E quando un premier deve ricorrere a una guerra per sopravvivere a un fascicolo giudiziario, il cinema non ha più bisogno di inventare trame. Basta accendere le registrazioni dimenticate.

“Il potere teme meno la verità che la memoria: se puoi cancellare ciò che è stato registrato, puoi convincerti di essere eterno. Ma i server non dimenticano.”

Tag

#The Bibi Files #Alex Gibney #Benjamin Netanyahu #documentario politico #Alexis Bloom

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