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Recensioni

The Echo Chamber, recensione: tra l'eredità di Bertolucci e il vetro dell'appartamento

Recensione critica di The Echo Chamber al Lido 83: un’opera visivamente impeccabile che, pur reggendo il peso di Bertolucci, lascia l’eco in una stanza vuota.

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The Echo Chamber, recensione: tra l'eredità di Bertolucci e il vetro dell'appartamento

La selezione in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia non è un mero appuntamento di calendario: è una sfida aperta che il regista affronta con una responsabilità quasi archeologica.

La vicenda si collega direttamente alla dinamica di avvicinamento e allontanamento tra i protagonisti e alla riscrittura della sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, come analizzato in The Echo Chamber: il trailer di Andrea Pallaoro e la presenza di Luca Marinelli a Venezia.

L’eredità e la sceneggiatura

Il punto di partenza è innegabilmente pesante. La seconda stesura di Bernardo Bertolucci, lasciata incompiuta nel 2018, descriveva due estranei che condividono un appartamento ma non si incontrano mai. Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini hanno trasformato questa astrazione in una storia d’amore disfunzionale, dove la dipendenza sostituisce l’incontro. Per Pallaoro, che qui firma il primo lungometraggio da regista senza aver scritto una riga del copione, il lavoro delle sceneggiatrici Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini è stato definito da Damiano Panattoni su Movieplayer.it «grato e al contempo ingombrante». La scelta di mantenere la geometria dell’assenza come motore narrativo era audace. Invece di riempire i corridoi vuoti con colpi di scena o didascalie, il testo avrebbe dovuto respirare attraverso le pause. Il risultato è un dialogo costante tra l’intenzione bertolucciana e la sua realizzazione: a tratti brillante, a volte sospeso in una nebbia emotiva che non trova mai il suo centro di gravità.

Geometria visiva e assenza narrativa

La direzione artistica compensa parzialmente le maglie della trama. Il formato 4:3 non è un omaggio al passato, ma una gabbia volontaria che costringe lo sguardo a cercare il conflitto negli angoli morti dell’inquadratura. Una fotografia curata esalta la bellezza dei protagonisti, mentre la colonna sonora abita i silenzi invece di riempirli. La sequenza d’apertura, accompagnata da Gosh di Jamie xx, stabilisce subito un tono ipnotico: ogni gesto lascia una scia, ogni respiro sembra calibrato per durare un secondo in più del necessario. Eppure, questa precisione chirurgica rischia di diventare un vizio. Come osservava la critica al termine delle proiezioni, il film pare «assuefatto alla bellezza dei suoi tre protagonisti», perdendo gradualmente la tangibilità che avrebbe dovuto sostituire una velata sensazione d’effimero. La cipria applicata sui volti e sugli ambienti non nasconde le crepe; le rende più visibili.

Attori e la trappola della forma

Luca Marinelli si cala in Leo con quella tensione sismografica che lo caratterizza, ma è costretto a contenere la sua natura esplosiva in un ruolo che vive di reazioni più che di azioni. Alicia Vikander (Anne) e Susan Sarandon operano come contrappesi necessari: la prima porta un’urgenza fisica che fatica a trovare sbocco nel reale, la seconda offre una solidità vocale da ancora narrativa. Pallaoro non li mette in competizione, li allinea su assi diversi dello stesso desiderio. Ma quando la forma diventa più densa del contenuto, anche l’interpretazione migliore trova un limite invalicabile. Il film cerca la profondità attraverso l’ellissi e il frammento temporale, ma senza un vero scheletro drammatico a reggerlo, rischia di trasformarsi in una successione di belle immagini che parlano a se stesse. Non è colpa degli attori, né del maestro scomparso: è il destino dei progetti che scelgono la forma come unico interlocutore.

Un appartamento bellissimo, ma vuoto

The Echo Chamber non è un fallimento. È un’opera che sa cosa vuole essere e lo mostra con una chiarezza quasi dolorosa. La sua debolezza nasce proprio da questa onestà: ha scelto di lasciare i corridoi vuoti, di non colmare il silenzio con spiegazioni o risoluzioni affrettate. Il cinema contemporaneo chiede spesso risposte immediate, ma Pallaoro preferisce porre domande ben piazzate e aspettare che l’eco si dissolva. Alla fine, ci si ritrova davanti a un appartamento bellissimo, lastricato da sospiri e gestualità misurate, dove però manca qualcosa di essenziale: il rumore di due vite che davvero si scontrano. Forse è questo il vero eco della mostra lagunare: non il fragore dei palchi, ma il fruscio di chi osa lasciare spazio al vuoto, sperando che lo spettatore sappia riempirlo da solo.

Il vero eco non si misura in decibel, ma nella capacità di una scena di continuare a vibrare dopo che i titoli di coda hanno già spento la sala.

Tag

#Andrea Pallaoro #The Echo Chamber #Venezia 83 #Bernardo Bertolucci #Luca Marinelli

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