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The Gentlemen seconda stagione: Guy Ritchie sposta l’impero criminale sulle rive del Verbano

Recensione di The Gentlemen seconda stagione su Netflix: come il gangster comedy si espande in Italia, tra ambizione criminale e un cast che sa occupare lo spazio.

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The Gentlemen seconda stagione: Guy Ritchie sposta l’impero criminale sulle rive del Verbano

Un impero che non dorme mai

Guy Ritchie ha sempre avuto la mania di far muovere i pezzi sulla scacchiera prima ancora che gli avversari si rendano conto di essere in gioco. Con il debutto di oggi, 3 settembre 2026, della seconda stagione di The Gentlemen su Netflix, lo sceneggiatore e regista britannico non ha perso l’abitudine: otto episodi che partono come una dichiarazione di guerra al ritmo televisivo contemporaneo e finiscono come un meccanismo a orologeria. La narrazione salta indietro di tre mesi rispetto all’inizio della collaborazione tra Eddie e Susie per gestire l’impero criminale lasciato da Bobby, per poi lanciarsi avanti di un anno intero. Non è un espediente da sceneggiatura pigra. È un modo per mostrare come l’ambizione, quando non ha freni, generi una gravità propria che risucchia tutto ciò che le sta intorno. Eddie (Theo James) e Susie (Kaya Scodelario) devono decidere se espandersi o consolidare. La risposta è ovvia: si espandono, e l’Italia entra in gioco.

Tra Londra e le rive del Verbano

Trasferire il cuore delle operazioni sulle sponde del Lago Maggiore non è un dettaglio geografico da mappa turistica. È una scelta di linguaggio. Ritchie sa bene che il gangster movie anglosassone ha bisogno di un contrappunto visivo, e qui lo trova nella classe imprenditoriale italiana, intrecciata alla malavita organizzata in modi che sfuggono agli schemi più prevedibili del cinema internazionale. A dare carne a questa espansione sono nomi che la televisione globale cerca da anni: Sergio Castellitto porta un’aristocrazia del crimine fatta di sguardi e silenzi, Benedetta Porcaroli si cala in un ruolo che mescola calcolo e vulnerabilità con una naturalezza disarmante, Michele Morrone completa il trittico con una fisicità che non urla ma occupa lo spazio. Accanto a loro, il nucleo originale — Ray Winstone e Joely Richardson — resta il perno emotivo di una serie che, nonostante i cambi di scenografia, non perde mai la sua bussola narrativa.

La spirale dell’ambizione

C’è chi ha definito questa stagione puro intrattenimento in stile Ritchie, e c’è del vero. Il british humour si fonde con un gusto italiano fatto di codici non scritti, di territori dove il potere non si compra ma si eredita o si conquista nel fango. Ma non confondete la leggerezza dei dialoghi con la superficialità della struttura. Gli episodi funzionano come due metà di un’unica corsa folle: la prima parte prepara le pedine, la seconda le fa muovere in una direzione irreversibile. La trama non si perde in colpi di scena gratuiti. Segue una legge antica: chi vuole governare un impero criminale deve prima imparare a perdere il controllo. Eddie e Susie lo scoprono sulla loro pelle, tra accordi saltati, alleati che cambiano bandiera e la consapevolezza che ogni passo avanti apre una porta da cui non si torna più indietro.

Come ho già avuto modo di notare in altre recensioni, lo spettatore non cerca la verità processuale, ma la coerenza narrativa. Ritchie evita il sensazionalismo a costo di preferire la lentezza dell’inchiesta interna al gruppo. La tensione nasce dal silenzio tra le righe degli accordi, non dalle sparatorie. È un approccio che premia chi guarda con attenzione e punisce chi cerca solo adrenalina a basso costo.

Verdetto finale

The Gentlemen seconda stagione non cerca di riscrivere le regole del genere. Le affina, le testa contro un terreno nuovo, e ne esce con una coerenza che raramente si vede nelle produzioni streaming legate a franchise già consolidati. Il fatto che Netflix abbia annunciato la terza stagione prima ancora della messa in stream è la prova che il modello funziona: non è più un esperimento nato dal film del 2019, ma un ecosistema narrativo autonomo. Ritchie non ha bisogno di giustificazioni. Ha solo bisogno di spazio per far respirare i suoi personaggi e di attori che sappiano stare al gioco senza sminuirsi. Il risultato è una serialità che sa di cinema, ma rispetta le regole della televisione: ritmo implacabile, personaggi in movimento, un equilibrio tra stile e sostanza che non piega la narrazione all’estetica. Quando il crimine diventa business, l’unico vero nemico è la propria avidità. E Ritchie lo mostra senza moralismi, solo con la freddezza di chi sa esattamente dove mette i piedi.

Il gangster comedy non muore quando cambia paesaggio: muore quando dimentica che il crimine è sempre una questione di conti in sospeso, e nessuno esce mai saldo da un libro mastro sanguigno.

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#The Gentlemen #Guy Ritchie #Netflix #Serie TV #Recensione

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