Una storia e Il grande Giaffa: la Settimana della Critica traccia il futuro del cinema italiano
Le anteprime della quarantunesima edizione a Venezia rivelano un cinema emergente che rifiuta lo scrolling e costruisce la propria forma senza chiedere permessi.
La Laguna non aspetta i titoli di testa per farsi notare. Mentre il Lido si prepara a incassare le standing ovation dedicate ai nomi già canonizzati, c’è un altro circuito che sta tracciando i confini del futuro: la quarantunesima Settimana della Critica. Non è un’appendice istituzionale, ma un laboratorio di resistenza formale dove le nuove voci non chiedono il permesso per esistere. Tra gli striscioni dei festival e nelle sale proiezioni, si sente già il fruscio di un cinema che rifiuta il consenso facile e cerca la verità scomoda.
Il grande Giaffa e la satira del vuoto
L’apertura fuori concorso affidata a Marco Santi non è un brindisi al successo, ma un bisturi. Il grande Giaffa, con Edoardo Pesce nei panni di Giacomo Falta, giornalista timido travolto dall’occasione di impersonare un attore sulla cresta dell’onda, smonta la meccanica del consenso contemporaneo con una precisione da chirurgo. Santi non si perde in effetti speciali o nelle logiche della viralità; preferisce i sentieri emotivi difficili, dove il pubblico diventa spettatore complice di un’adorazione senza oggetto. È una critica sagace, ma soprattutto un atto di fede nel linguaggio: quando la forma è solida, anche il nonsense trova il suo peso specifico. Il cinema italiano emergente non ha bisogno di salvarsi; ha bisogno di smettere di chiedere scusa per esistere e di capire che l’ambiguità è sempre più potente della morale da manuale.
Una Storia e il peso dello scrolling
Più in là, nella sezione Orizzonti, Anna Foglietta porta la sua opera prima Una Storia, in gara a Venezia 83. Non è una storia di mariti, mogli o figlie che lasciano il nido per seguire i propri sogni. È il ritratto di un’epoca in cui lo scorrere continuo delle immagini ci deresponsabilizza dal pensiero stesso. Alba Rohrwacher e Guido Caprino incarnano Erika e Mauro, due corpi che tentano di mantenere l’equilibrio tra routine urbana e silenzi non detti, mentre la figlia Irene prende le distanze per studiare altrove. La produzione, con Valeria Golino tra i produttori e le case HT Film, Indigo Film, Tenderstories, Blu One Lab, Rai Cinema e HBO Max, non è un mero esercizio di mercato. È il supporto necessario a un’idea di mondo profonda e consumistica, dove la dignità di agenti pensanti viene erosa da notifiche e algoritmi. Foglietta lo sa bene: raccontare questa deriva richiede una regia che resista alla tentazione del didascalico, preferendo invece la densità degli sguardi al rumore di fondo delle schermate.
Tra Lido e sterrati, il cinema che nasce ora
Venezia 83 offre al pubblico i nomi già familiari di Danny Boyle, Nanni Moretti, Hirokazu Kore-eda e Werner Herzog, ma il vero polso della rassegna si misura dove gli schermi sono meno illuminati. La Settimana della Critica non cerca la novità per il gusto dell’esotismo; cerca autori che abbiano già dimostrato di saper governare la complessità senza filtri ideologici. Il cinema italiano sta respirando la stessa aria di quando raccontava il territorio e il conflitto umano senza chiedere permessi. Non si tratta di nostalgia per un passato glorioso, ma di riconoscimento di un presente vivo: registi come Santi e Foglietta non chiedono di essere invitati al tavolo dei grandi, costruiscono il proprio tavolo con legni diversi. Una Storia uscirà nelle sale italiane il 24 settembre con Bim Distribuzione, mentre Il grande Giaffa resterà a indicare la direzione: lontano dalle scorciatoie digitali, verso una lentezza che è già atto politico. Le anteprime confermano un’ipotesi già emersa osservando i numeri del Lido e la precarietà strutturale del nostro settore: il pubblico non cerca evasione, chiede di essere trattato come interlocutore. E quando il cinema lo fa, basta un fotogramma per capire che le cose stanno cambiando davvero.
“Non si misura la vitalità di un cinema dal numero di festival a cui partecipa, ma dalla capacità delle sue nuove voci di guardare allo schermo senza chiedere il permesso di esistere.”
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