Venezia 83: fuori concorso, giuria silente e il peso della direzione artistica
Analisi critica della selezione fuori concorso di Venezia 83, della direzione artistica di Alberto Barbera e della rimozione della conferenza stampa della giuria.
Superati i confini istituzionali delineati nella cronaca sulla programmazione ufficiale — di cui avevamo già raccontato in Venezia 83: la programmazione ufficiale tra concorso, memoria e sguardi fuori campo — oggi scendiamo in quelle declinazioni che spesso vengono lette come margini, ma che in realtà definiscono il fulcro principale senza omologarsi a logiche commerciali. Tre autori italiani vi trovano spazio, confermando la fedeltà a un cinema che indaga il conflitto umano senza filtri ideologici. Ma è nel resto del palinsesto che si legge la vera audacia curatoriale. Paul Schrader torna con The Basics of Philosophy, affidando a Jack Huston e Sofia Boutella i panni di un professore ossessionato da Schopenhauer, costretto a fare i conti con un passato in cui l’etica si scontra con l’istinto. Tristan Séguéla punta tutto su Un bon avocat, un thriller psicologico dove Laurent Lafitte interpreta un avvocato brillante ma dipendente dalla cocaina, sostenuto da uno stagista imprevisto: una struttura narrativa che sa già di equilibrio precario e di caduta inevitabile. Poi c’è Lav Diaz con Let Us Through Dear Ancestors, ambientato nelle Filippine tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, durante la colonizzazione spagnola. Il regista filippino trasforma la durata in un dispositivo etnografico, dove il paesaggio diventa archivio e la lentezza non è un vizio ma un atto di resistenza contro il consumo spettacolare. Questa selezione dimostra che la Laguna privilegia chi sa governare la complessità, invece di accontentarsi del consenso facile.
Il silenzio della giuria tra politica e programmazione
Se la programmazione parla alto, c’era però un silenzio assordante nei giorni scorsi: l’assenza della conferenza stampa della giuria. Deadline Hollywood aveva riportato una conferma diretta dal festival, indicando come motivazione ufficiale un conflitto di programmazione che aveva reso complessa l’organizzazione della sessione prevista. Aggiornamento: il festival ha poi fatto marcia indietro, ripristinando la conferenza stampa nella sua forma tradizionale — la giuria tornerà regolarmente al microfono. Tuttavia, il sottotesto è innegabile e si aggancia a un trend recente delle grandi rassegne: la pressione geopolitica sulle domande ai giurati è diventata insostenibile. Come riportato da Deadline Hollywood, che cita questi episodi come esempi di un trend in cui le domande politiche hanno messo a disagio i registi, Alexander Payne si sarebbe trovato impreparato l’anno scorso a Venezia di fronte alle richieste sul dramma di Gaza; lo stesso scenario, con dinamiche simili, ha coinvolto Wim Wenders a Berlino quando ha affrontato il rapporto tra cinema e politica. Il festival italiano, che in passato aveva già esplorato la tensione tra recitazione e teoria, ha preferito spegnere il microfono prima che si trasformasse in un dibattito istituzionale. È una scelta pragmatica, certo, ma anche rivelatrice. Togliere alla giuria la piattaforma mediatica significa restituire ai film la centralità assoluta. Quando le dichiarazioni pubbliche diventano il vero evento, il cinema rischia di ridursi a scenografia per polemiche preconcette.
Un festival che sceglie la forma
Questo gesto di rimozione non è un ritiro, ma una posizione chiara. La direzione artistica della Mostra ha capito che i circuiti festivalieri soffrono di un eccesso di autoreferenzialità istituzionale: comunicati, panel e conferenze spesso surclassano il lavoro dei registi. Venezia risponde con la selezione. I film fuori concorso non sono un’appendice: sono il termometro di una rassegna che non teme di mettersi in discussione, perché sa che la Laguna sta guardando avanti, con gli occhi aperti e senza compromessi. Nomi come Schrader, Diaz o Séguéla non vengono chiamati per fare numero, ma per garantire che il palinsesto rimanga un luogo di sperimentazione formale. E quando la giuria deve lavorare, lo farà lontano dagli schermi accesi delle sale stampa. Il cinema non ha bisogno di dichiarazioni performative per dimostrarsi vitale; ha bisogno di spazi dove la complessità possa essere affrontata senza fretta e senza filtri ideologici.
“Un cinema che si guarda allo specchio senza filtri non ha bisogno di giurie perfette. Ha bisogno di giudici disposti a farsi domande.”
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