Venezia 83: i leoni, le sezioni parallele e il termometro di un’industria che cerca sé stessa
La chiusura della 83ª Mostra del Cinema di Venezia tra premi ufficiali, circuiti indipendenti e il peso storico dei riconoscimenti. Un'analisi critica dei risultati.
Non c’è stato tempo di asciugare le lacrime o di sistemare i cravattini. Undici giorni di proiezioni, polemiche e attese si sono chiusi con la cerimonia di premiazione, restituendoci un panorama che non chiede scuse ma impone una lettura lucida. Il perimetro della rassegna si era già stretto attorno a questioni che non ammettono neutralità. Ora, con la polvere dei tappeti rossi depositata sui gradini di Sala Grande, possiamo misurare esattamente quanto quel confine sia diventato una linea di faglia culturale.
Il contesto lo avevamo gia’ delineato in Venezia 83: tra cerimonie, documentari che feriscono e il peso delle scelte.
Il peso dei leoni e il calcolo delle giurie
La direzione artistica di Alberto Barbera ha sempre trattato i premi come un termometro, non come un trofeo da bacheca. Quest’anno il termometro segna caldo, ma non per il solito consesso celebrativo. Il Leone d’oro a Woman Unknown di May el-Toukhy, con la Coppa Volpi alla protagonista Mathilde Arcel, non è una sorpresa per chi ha seguito la selezione: un cinema egiziano che rifiuta l’esotismo da antologia e punta direttamente al nucleo delle fratture identitarie. Accanto, il Gran premio della giuria a Possible love di Lee Chang-dong conferma la volontà di premiare la lentezza narrativa come atto di resistenza contro il ritmo algoritmico.
Ma è nel Leone d’argento a Dau di Ilya Khrzhanovsky che si legge la vera tensione della kermesse. Un film che ha diviso le platee e acceso i microfoni, dedicato all’Ucraina in un momento in cui il teatro dell’arte cerca ancora il proprio linguaggio per raccontare la guerra. La commissione presieduta da Maggie Gyllenhaal ha scelto di non addolcire i contorni, premiando l’opera che chiede allo spettatore di stare nel discomfort. E se Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor riceve il Premio speciale della giuria, si tratta di un riconoscimento preciso: la Biennale premia chi ha portato la materia grezza del conflitto a Gaza in sala, trasformando ottanta minuti di interviste a ex ufficiali dell’intelligence in un tessuto narrativo che non lascia spazio all’indifferenza.
La geografia parallela: fuori gara e circuiti minori
I leoni ufficiali sono solo il vertice di un iceberg che si estende nelle sezioni parallele. Orizzonti, Venice Open, Biennale College Cinema e le Giornate degli Autori non sono mai ripiegati istituzionali. Sono laboratori dove si decidono i prossimi dieci anni del linguaggio visivo. Quest’anno il Lido ha restituito spazio a un cinema che non cerca il consenso delle piattaforme ma la complicità dello schermo nero.
La sezione Immersive, con le sue installazioni XR e l’integrazione di intelligenza artificiale, potrebbe apparire come una concessione al mercato tech, ma la sua esecuzione è stata sorprendentemente critica verso il medium stesso. Non si tratta di tecnologia che abbaglia, ma di tecnologia che interroga. Parallelamente, i premi collaterali assegnati da associazioni di critici e cineclub – dal POP ART AWARD vinto da La ragazza con la Leica di Alina Marazzi al Premio Arca Cinemagiovani come miglior film italiano per L’estranea di Paolo Strippoli – dimostrano che il tessuto critico italiano è ancora vivo, puntuto e incapace di farsi fagocitare dai comunicati stampa delle major.
Tradizione e fratture: un festival che misura il presente
La Mostra del Cinema di Venezia ha attraversato decenni di sospensioni, contestazioni e rinascite. I premi tornarono nel 1980, dopo un decennio, tra il 1969 e il 1979, in cui la rassegna rinunciò alla competitività a causa delle contestazioni post-‘68 contro il vecchio statuto della Biennale. Oggi quel peso storico si sente nella scelta di conferire i Golden Lion alla carriera ad Ellen Burstyn e George Clooney. Due poli complementari: la ferita interiore che non si piega, l’astrazione carismatica che sa governare sia il set indipendente che gli algoritmi delle streaming platform.
Giovanni Veronesi ha chiuso la rassegna con Dio ride, un titolo che già sapeva di provocazione ben calcolata, mentre Manuele Fior aveva dipinto sui fenicotteri del poster il volo preciso di chi guarda al futuro senza illudersi. Il cinema non è tornato a Venezia per celebrare se stesso, ma per misurare la distanza tra ciò che lo schermo può ancora mostrare e ciò che il mondo si ostina a ignorare. La giuria ha premiato l’ambiguità morale, i critici hanno premiato la forma, gli autori hanno premiato il rischio. Il resto è rumore di fondo.
Un festival non misura il gusto del pubblico, ma la capacità di un’epoca di guardare in faccia le proprie ombre senza spegnere la luce della sala.
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