Venezia 83: la polemica su Dau e il premio a Faye Dunaway
Analisi critica della 83ª Mostra di Venezia: dal caso geopolitico di Dau al Premio Kinéo per Faye Dunaway, tra diplomazia e autonomia del cinema.
La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica si presenta da subito come un termometro geopolitico. La direzione di Alberto Barbera ha tracciato un solco netto, aprendo il cartellone il 2 settembre con l’anteprima mondiale di Ink di Danny Boyle e inserendo in concorso un progetto che non chiede permesso per esistere: Dau. Come analizzato in questa cronaca, il film di Ilya Khrzhanovsky non è solo una pellicola. È un campo di battaglia mediatico dove le armi sono documenti, finanziamenti e memorie storiche divise a metà dal mare.
La materia grezza di Charkiv e le frontiere diplomatiche
Kiev ha parlato chiaro: il Ministero degli Esteri e quello della Cultura hanno etichettato Dau come strumento della politica statale russa, una narrazione costruita per normalizzare influenze che l’Ucraina combatte con il sangue. La Biennale di Venezia ha risposto con la freddezza burocratica che i tempi richiedono, definendo le accuse false e chiudendo ogni mediazione. Khrzhanovsky non è rimasto in silenzio. Il 20 agosto, sul suo profilo Facebook, ha smontato punto per punto la narrazione ufficiale, ricordando che il progetto nasce nel 2006 come esplorazione sul fisico Lev Landau, si è materializzato a Charkiv e poggia su finanziamenti europei ARTE, WDR e Swedish Film Institute. Negare qualsiasi legame con lo Stato russo non è solo una difesa legale. È un atto di resistenza contro la logica del cartellino di produzione che vorrebbe trasformare ogni sala in un consolato.
La selezione di quest’anno affrontava già il delicato equilibrio tra voce nazionale e sguardo internazionale. Qui il confine è tracciato dalla guerra, ma la domanda resta identica: chi ha il diritto di assegnare un’etichetta politica a un’opera che nasce in uno studio di ripresa e non in un ufficio del Cremlino? La Biennale Arte ha già chiuso il padiglione russo curato da Anastasia Karneeva dopo l’inaugurazione, una mossa pragmatica ma inevitabile. Il cinema, invece, deve tenere aperte le porte anche quando la diplomazia le sbatte in faccia. Non si tratta di un’indifferenza verso la realtà, ma di una difesa del tempo necessario alla creazione, troppo spesso calpestato dalle urgenze della cronaca politica.
L’ombra del bunker e la paura atomica
La tensione non è solo diplomatica. Al Lido si respira aria di deterrenza nucleare. Tre film ne parlano esplicitamente, tra cui Jupiter di Alexandre Smia, un thriller da camera ambientato nel bunker presidenziale francese davanti a un ultimatum atomico russo. Accanto a Dau, la paura della guerra atomica esce dai corridoi dei ministeri e diventa materia scenica. È un sintomo culturale preciso: il cinema contemporaneo non guarda più al futuro per sognarlo, ma lo osserva mentre trema. La programmazione ufficiale conferma questa volontà di non filtrare il presente attraverso filtri rassicuranti. I festival sono radiografie del cinema del momento, come ha giustamente sottolineato Carlo Chatrian, ma una radiografia deve essere chiara anche quando mostra organi malati.
Kinéo, Faye Dunaway e la necessità di respirare
Se Dau ci costringe a misurarci con il peso della storia, la serata del 5 settembre a Casa Cinema Giovani ci ricorda perché andiamo al cinema. Il Premio Kinéo, giunto alla venticinquesima edizione sotto l’egida di Rosetta Sannelli e sostenuto dalla DG Cinema e Audiovisivo, consegna alla carriera di Faye Dunaway un omaggio che va oltre il sentimentalismo. L’attrice ottantacinquenne, vincitrice dell’Oscar per Quinto potere e pilastro di capolavori come Gangster Story, Chinatown e Mommie Dearest, incarna una resistenza silenziosa a ogni tentativo di omologazione.
In un anno in cui i festival faticano a trovare il giusto equilibrio tra rappresentanza femminile e narrazioni dominanti, celebrare Dunaway è un atto politico in senso lato. È la conferma che l’industria può ancora riconoscere il talento senza ridurlo a categoria di mercato. Parallelamente, sul fronte della produzione nazionale, Fabrizio Mancinelli ha annunciato dalla Scalinata di San Bernardino le musiche per Celestino V, film Rai Fiction con Michele Placido nei panni di Pietro da Morrone. Le composizioni sono già completate e il progetto è in fase di missaggio. Un lavoro che, come ha spiegato lo stesso compositore aquilano, nasce dalla voce interiore di un bambino di otto anni, lontano dalle logiche del consenso immediato. Anche il Rising Star Award va a una nuova generazione: Nicola Peltz Beckham per Lola, affiancata da talenti come Alp Navruz, Oka Giner, Chiara Francini, Maria Gifuni e Sara Lazzaro che confermano la vitalità della scena europea.
Venezia non è un tribunale, ma un laboratorio dove le crepe del mondo vengono proiettate alla luce delle lampade al xenon. Accettare o rifiutare un film per geopolitica è legittimo in una sala plenaria, ma diventa gabbia quando si sposta tra le poltrone di Sala Grande. Il cinema resta un territorio di circolazione libera, anche quando le frontiere terrestri sono sbarrate da anni di conflitto.
“Il cinema non misura la fedeltà dei governi, ma la resistenza degli sguardi: chi lo frequenta sa bene che ogni proiezione è un atto di disobbedienza silenziosa.”
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