Venezia 83: la programmazione ufficiale tra concorso, memoria e sguardi fuori campo
Analisi della selezione ufficiale della 83ª Mostra del Cinema di Venezia: focus su film in concorso, documenti e annunci istituzionali della rassegna.
La conferenza stampa del 23 luglio 2026 ha trasformato il Lido in un’arena di definizione culturale. Pietrangelo Buttafuoco e Alberto Barbera hanno tracciato i confini della 83ª Mostra con una chiarezza che raramente si vede nelle comunicazioni istituzionali. Il programma, dal 2 al 12 settembre, non è un semplice elenco di titoli: è una dichiarazione d’intenti. Si parte da Ink di Danny Boyle, film d’apertura che porta sul mare Adriatico il peso della performance e del ritmo, per chiudersi con Dio Ride di Giovanni Veronesi, titolo che sa già di provocazione ben calibrata. Ma è nel cuore dell’annuncio che si legge la vera volontà editoriale della rassegna. La composizione della commissione internazionale non è un esercizio di stile, ma il termometro di una selezione che privilegia chi sa governare la complessità. E questa selezione si esplica ora nel programma ufficiale.
A questa visione curatoriale si affianca La giuria di Venezia 83 presieduta da Maggie Gyllenhaal: tra cinema e teoria.
Il Concorso e la quintuplice anima italiana
Cinque film italiani per il Leone d’oro. Non i nomi che tutti si aspettavano, ma un quadro coerente di autori che non cercano l’omaggio al passato, bensì il confronto con il presente. Marco Bechis torna a Venezia con Ritorno a Buenos Aires, Edoardo De Angelis affida a Vanessa Scalera le tensioni di Il fuoco che ti porti dentro, e Paolo Strippoli presenta L’estranea. Il colpo di scena è la presenza di Andrea Pallaoro al timone del The Echo Chamber, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Un ponte narrativo tra generazioni, dove il testo scritto sopravvive alla morte dell’autore per diventare materia prima del montaggio. Ma è Nanni Moretti a chiudere questo quadrato con Succederà Questa Notte, ritorno diretto in concorso dopo trentasette anni dall’ultima volta. Non si tratta di nostalgia o di un premio di consolazione: Barbera ha scelto autori che lavorano sull’ambiguità morale, non su facili consolazioni sentimentali. Il cinema italiano in Laguna respira ancora la stessa aria di quando raccontava il corpo e il territorio senza filtri ideologici.
Fuori Concorso e Documentari: la memoria come atto di resistenza
I film fuori concorso a Venezia non sono mai un ripiego. Sono dichiarazioni di stile. Nessun Dolore di Gianni Amelio e Scherzetto di Mario Martone, tratto dal romanzo di Domenico Starnone con Toni Servillo, arrivano per essere visti, non votati. Barbera ha ragione quando definisce questi titoli atti di gratitudine verso autori che frequentano il Lido da decenni: togliere loro la pressione della competizione significa restituire al cinema la sua dimensione di incontro critico. Più radicale ancora è la scelta su Joie de Vivre, il documentario di sette ore di Luca Guadagnino dedicato a Bernardo Bertolucci. Presentato nella sezione Venice Open - Films on Films, non è un’opera biografica tradizionale. È un’analisi strutturale del linguaggio di un regista, fatta attraverso dialoghi tra colleghi e critici. Guadagnino trasforma la durata in strumento ermeneutico: sette ore per dimostrare che guardare un film è un atto politico quanto leggerne il sottotesto. In tempi dove lo sguardo viene addestrato a scorrere in pochi secondi, imporre la lentezza è già una forma di opposizione.
Classici, onorificenze e il laboratorio della Laguna
La mostra non si ferma al contemporaneo. Venezia Classici, curata da Barbera e Federico Gironi, apre con Col cuore in gola di Tinto Brass, un restauro pronto a restituire al grande schermo la materia pellicolare che lo streaming ha dimenticato. Quindici giorni per riscoprire i contorni del passato senza patetismi. Al centro della programmazione figurano anche i Leoni d’oro alla carriera conferiti ad Ellen Burstyn e George Clooney, onorificenze che segnano due poli diversi ma complementari dell’atto recitativo: la ferita interiore e l’astrazione carismatica. Greta Scarano e Nicolas Maupas guideranno le cerimonie con un equilibrio necessario tra istituzionalità e leggerezza teatrale. Leggere questo programma significa riconoscere un festival che non teme di mettersi in discussione, perché la Laguna sta guardando avanti, con gli occhi aperti e senza compromessi. I circuiti che sopravvivono sono quelli che assumono rischi calcolati, non quelli che ripetono formule stanche. La selezione di quest’anno conferma una linea precisa: privilegiare chi ha già dimostrato di saper governare la complessità, invece di accontentarsi del consenso facile.
“Un cinema che si guarda allo specchio senza filtri non ha bisogno di giurie perfette. Ha bisogno di giudici disposti a farsi domande.”
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