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Festival

Venezia 83: Stéphane Brizé e il microcosso tossico di Un bon petit soldat con Alba Rohrwacher

Recensione e analisi dell'intervista di Alba Rohrwacher su Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, tra performance aziendale e etica del lavoro alla Mostra del Cinema 2026.

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Venezia 83: Stéphane Brizé e il microcosso tossico di Un bon petit soldat con Alba Rohrwacher

Mentre il Lido si prepara a votare le opere di un autunno che sa di crisi istituzionale e precarietà, Un bon petit soldat di Stéphane Brizé emerge come una delle osservazioni più lucide sulla macchina del lavoro contemporaneo. Non è un caso se il regista francese abbia scelto di collocare la sua narrativa tra i neon asettici di un open space assicurativo, dove il rispetto si conta in KPI e l’empatia viene liquidata come inefficienza. Presentato alla PalaBiennale, il film non cerca il pathos facili ma la fredda contabilità delle relazioni umane ridotte a indicatori di performance.

La vicenda si collega direttamente a Venezia 83: il cuore del concorso e la quintuplice anima italiana.

Il ritmo malato della performance aziendale

Brizé, che con La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo aveva già tracciato una trilogia impietosa sul precariato, qui sposta il fuoco sui vertici grigi della corporate ladder. Carla Moretti (Alba Rohrwacher), quarantatré anni, viene chiamata a dirigere le risorse umane di un colosso diretto da un CEO senza scrupoli interpretato da Vincent Lindon. Il compito è un paradosso vivente: tutelare i dipendenti mentre si spingono verso obiettivi matematicamente insostenibili. Quando emerge un caso di management tossico in uno dei reparti sotto la sua supervisione, la protagonista non può più nascondersi dietro il gergo aziendale. Deve scegliere tra la sopravvivenza professionale e la dignità morale.

La regia di Brizé abbandona il voyeurismo per adottare lo sguardo di un operatore: registra, non giudica. Il montaggio di Géraldine Mangenot mantiene un ritmo sincopato, quasi ossessivo, mentre la colonna sonora di Bertrand Blessing trasforma i suoni degli uffici in una partitura di ansia moderna. Antoine Héberlé fotografa ambienti che sembrano gabbie di vetro, dove la trasparenza diventa l’arma più efficace per il controllo. Rohrwacher, già protagonista con Brizé in Le occasioni dell’amore, offre qui una delle sue prestazioni più trattenute: non urla, non collassa, calcola. La sua Carla impara a spegnere il cuore per sopravvivere al sistema, e questa progressiva anestesia emotiva è raccontata con una precisione chirurgica che evita qualsiasi retorica della resistenza eroica.

Intervista e i pesi del ruolo

Durante la conferenza stampa veneziana, Rohrwacher ha spiegato senza giri di parole quanto sia stata ardua l’incarnazione di Carla. «Riuscire ad incarnare questo personaggio ha richiesto molto tempo ed energia», ha dichiarato, sottolineando il lavoro di smantellamento interiore necessario per aderire a una donna che impara a diventare un ingranaggio. Non si tratta di scelta politica dichiarata, ma di osservazione sociologica portata fino all’osso. Il film è stato prodotto da Gaumont e France 3 Cinéma con la supervisione di Sidonie Dumas, ed è già stato distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Dopo il passaggio alla Laguna, il lungometraggio proseguirà il suo percorso nelle Proiezioni Speciali del Toronto International Film Festival, confermando un circuito che privilegia le narrazioni sul confine tra etica e profitto.

La forza di Brizé sta nel rifiutare la catarsi. Non c’è momento in cui Carla si ribelli con un monologo o una scena epica. La trasformazione avviene nelle pause, negli sguardi verso lo schermo del computer, nella ripetizione meccanica di frasi come «dobbiamo ottimizzare le risorse». È un cinema che non chiede allo spettatore di piangere per l’eroe, ma di riconoscere il proprio riflesso in quelle sale riunioni. Lindon, monumentale nel ruolo del capo, funge da specchio distopico: non è un cattivo cartoon, è un manager che crede davvero nei numeri come unica verità oggettiva. Questa assenza di mostri rende la critica sociale ancora più agghiacciante.

Fuori dal perimetro e verso Toronto

Leggere Un bon petit soldat significa riconoscere un festival che non teme di mettersi in discussione, perché privilegia chi ha già dimostrato di saper governare la complessità invece di accontentarsi del consenso facile. Brizé si inserisce perfettamente in questa linea: non offre risposte, ma diagnostica un’epoca in cui il lavoro è diventato un teatro di guerre fredde psicologiche. Il film non è un manifesto, è un referto clinico. E i sintomi sono ovunque, anche nelle nostre email che partono con un «Buongiorno» automatico mentre calcoliamo quanto tempo possiamo risparmiare per non pensare a quello che stiamo facendo.

“Un cinema che si guarda allo specchio senza filtri non ha bisogno di giurie perfette. Ha bisogno di giudici disposti a farsi domande.”

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#Venezia 83 #Stéphane Brizé #Alba Rohrwacher #Un bon petit soldat #cinema francese

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