Venezia 83: tra cerimonie, documentari che feriscono e il peso delle scelte
La 83ª Mostra si apre con il Leone a Clooney, l'opera d'apertura Ink e la scelta politica di Naza. Analisi critica del programma ufficiale e della cerimonia.
La brezza del Lido oggi porta un odore diverso. Non solo sale e umidità da grande occasione, ma la carica elettrica di chi sa che il perimetro della rassegna sta stringendosi attorno a questioni che non ammettono neutralità. Se il confine tra arte e diplomazia è sempre stato il terreno più scivoloso di ogni edizione, come osservato in Venezia 83 tra maestri in scena e documentari che feriscono, abbiamo già tracciato le linee di faglia. Oggi il termometro segna caldo, non per le polemiche a valle, ma per la scelta precisa di misurare la temperatura culturale di un mondo che non chiede permesso. La 83ª edizione si apre oggi con questa consapevolezza nel sangue.
La cerimonia e il peso delle parole
Alle diciannove in Sala Grande il sipario sale su una regia duale affidata a Greta Scarano e Nicolas Maupas, un equilibrio che parla da solo di come Venezia intenda distribuire la voce istituzionale senza appesantirla. Tra le autorità in platea spiccano nomi che segnano un patto con l’istituzione: Giovanni Amoroso, Alessandro Giuli, Alberto Stefani, Simone Venturini e Lucia Borgonzoni. Ma il vero motore della serata è altrove. Il Leone d’oro alla carriera per George Clooney, accompagnato dalla laudatio di Laura Dern, non è un premio di consolazione per un interprete che ha fatto il salto dietro la macchina da presa. È il riconoscimento di un cinema americano che Clooney ha costruito sapendo cosa significa stare dall’altra del monitor, tra le macerie della produzione indipendente e i nuovi algoritmi delle piattaforme. Accanto a lui, l’opera d’apertura Ink di Danny Boyle torna al Lido ventotto anni dopo Trainspotting, con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy che calpestano il tappeto rosso non come ospiti di passaggio, ma come testimoni di un regista che non ha mai smesso di scavare. E mentre Tutti Fenomeni, cioè Giorgio Quarzo Guarascio, prepara la sua performance tra trap e classicismo postmoderno, si capisce che la Biennale non sta celebrando il passato; cerca di fornirgli una colonna sonora per il presente.
Il documento che cambia le regole del gioco
La selezione ufficiale respira attraverso un polso politico che non tace. Alberto Barbera lo ha detto chiaro: l’aggiunta all’ultimo minuto del ventunesimo titolo, Naza, non è una mossa di marketing. È un atto di responsabilità. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv da Yuval Abraham e Rachel Szor, il documentario che I Wonder Pictures distribuirà in Italia analizza i sistemi alla base delle operazioni a Gaza con la stessa crudezza di chi ha passato tre anni a convincere ufficiali dell’intelligence israeliana a parlare. Barbera lo definisce «politicamente dirompente e cinematograficamente estremamente interessante», sottolineando come ottanta minuti di interviste siano stati trasformati in un tessuto narrativo fatto di invenzioni di regia. La proiezione giovedì 10 settembre alle diciassette e quindici non sarà un semplice appuntamento di concorso. Sarà il banco di prova di un cinema che rifiuta la mediazione estetica a scapito della verità fattuale. Non è cinema per addormentare le coscienze. È un atto di testimonianza che misura la distanza tra lo schermo e la realtà con un righello infallibile: la responsabilità di chi guarda.
Industria, restauro e il Lido come termometro
Dietro le quinte, la macchina non si ferma. Villa Il Nidiolo torna a funzionare come quartier generale per delegazioni e stampa, confermando che il Lido è ancora il laboratorio dove si decide cosa merita di sopravvivere al prossimo inverno. Ma c’è un altro segnale, più silenzioso ma non meno rivelatore: la preapertura con la versione restaurata in 4K di Col cuore in gola (1967) di Tinto Brass. Presentato dal Centro Sperimentale di Cinematografia e pronto per l’uscita su Netflix il quindici settembre, questo restauro non è una nostalgia da salotto. È la dimostrazione che un cinema fatto di corpi, desideri e trasgressione può ancora dialogare con il presente senza piegarsi alle logiche del consumo algoritmico. Pietrangelo Buttafuoco non a caso ha sottolineato l’affetto per Barbera, ricordando che «non solo ci garantisce i record ma anche la squillante qualità». Record che in un’epoca di festival saturi di comunicati stampa e pressioni diplomatiche diventano una forma di coraggio programmato. Le giurie presiedute da Maggie Gyllenhaal, Valérie Donzelli e Carolina Cavalli avranno il compito di valutare opere che chiedono allo spettatore di non voltare lo sguardo. Venezia 83 conferma che la sua forza sta nel mantenere un perimetro dove l’arte può parlare anche quando il mondo intorno cerca di zittirla con note manoscritte o silenzi strategici.
Il cinema non serve a dare risposte, ma a insegnare a vivere con le domande sbagliate.
Tag
Condividi